venerdì 28 gennaio 2011

The twist

La seconda volta prestiamo maggiore attenzione ai dettagli. Una scarpa col tacco, una veste strappata. Rivedere da capo un film con la sorpresa alla fine. 
Ci apprestiamo a trascorrere la nostra seconda notte nella stazione ferroviaria di Ipoh. Qualche ora prima  siamo in macchina con un uomo dalla camicia celeste che ci sta dando gentilmente un passaggio. Osservo i cartelli che scorrono alla mia sinistra. Sono incuriosito dal significato di uno di questi, tinto di rosso. Chiedo al tipo delucidazioni in merito. Dopo un minuto di stenti comunicativi bilaterali, capisco che si tratta di un invito a moderare la velocita' a causa della pericolosita' del tratto stradale. Si stanzia un silenzio di qualche secondo, interrotto da una frase dell'uomo: "Baz. Ded. Tentiseve". Tre parole sconnesse ripetute ad oltranza fino a quando non da segno di aver compreso. Mi serve ancora qualche secondo per mettere a fuoco. Improvvisamente tutto appare terribilmente chiaro. Stiamo scendendo dalle Cameron Highlands diretti ad Ipoh. Sara' la nostra seconda notte nella citta', ma questo gia' lo sapete. 
La prima l'abbiamo trascorsa tra un self-service indiano e la stazione. Lungo il cammino che va dall'uno all'altra,la carcassa di un bus dilaniato da un incidente stradale. Quella parte di volume che va dal tetto ai poggiatesta, si e' dissolata nell'aria. L'insieme dei residui dei vetri che costituivano i finestrin, ha praticamente misura nulla. Facciamo una stima approssimativa dei morti, poi proseguiamo per la stazione.

giovedì 27 gennaio 2011

Fiducia

Un uomo con una camicia celeste ci guarda divertito. Indugia appositamente nei preliminari di cio' che dovra' compiere, per poter continuare ad osservarci. Una pioggia fine, al limite della nebulizzazione costringe Palomar ad indossare un k-way giallo trasparente, di quelli usa e getta. 
Una barba lunga tre mesi in connubbio a lunghi capelli, con il tocco decisivo degli occhiali da vista, tutti questi elementi assieme gli conferiscono le sembianze di un ricercatore di vaccini uscito di senno mesi prima, e da allora alla disperata ricerca di un passaggio verso Penang. Tiene in mano un cartello ricavato dal cartone di una scatola per birre. Tre parti per il tutto: 'Ipoh, Penang, Merry X-Mas!'. 
Stiamo trascorrendo la mattinata della vigilia di natale sull'unica strada che taglia la frazione di edifici sorta nel mezzo delle Cameron Highlands, in attesa di un passaggio da quel malese arguto che riesca ad intuire che stiamo facendo l'autostop. 
Il traffico scorre lento in entrambi i versi, reso ancora piu' singhiozzante da una coppia di stranieri che fanno il segno dell'ok ai frastornati automobilisti che transitano. Iniziamo a sconfortarci, visto che una ragazza incontrata il giorno prima ci ha detto che e' davvero semplice ottenere un passaggio, cosi' rapido e indolore che non da neanche cosi' tanto gusto. Ha dimenticato un piccolo particolare che la pone in posizione di vantaggio (ad essere precisi due, decisamente poco piccoli). 
Dopo mezz'ora circa l'unico ad essersi fermato e' un ragazzo americano, che in realta' sarebbe partito il giorno seguente, ed e' cosi' mortificato che non possa darci un passaggio che addirittura ci chiede scusa. 
Ci diamo il cambio. Passano appena cinque minuti che rivediamo l'uomo con la camicia celeste. E' vicino alla sua macchina parcheggiata in una piccola via laterale. Ci fa il segno di avvicinarci. Ripiego il cartello, carico lo zaino sulle spalle e seguo Palomar che mi precede di qualche metro. Il tipo parla pochissimo inglese. Carichiamo i bagagli e partiamo.
Da quel poco che riusciamo a capire, lavora nelle Cameron Highlands, ma nel weekend torna ad Ipoh dalla famiglia. Dopo circa dieci chilometri accosta a lato della strada. Deve comprare qualcosa da portare a casa. 
Non spegne la macchina. Ci fa segno di aspettare dentro. Compie rapidamente l'operazione d'uscita dal veicolo. 
Fisso la chiave inserita. 
La pioggia non e' piu' leggera come prima.  Attraversa la strada di corsa, deformandosi alla nostra vista attraverso il vetro bagnato.

domenica 16 gennaio 2011

JUNGLE FEVER: stanza 101

Non do molta importanza ai primi crepitii. Cerco la posizione piu' ergonomica possibile, se di ergonmia si puo' parlare riguardo a un certo tipo di giacigli. La suggestione non mi da scampo e continuo a grattarmi il piede destro nella regione compresa tra il malleolo e il tendine d'Achille. Qualche minuto prima stavo combattendo con una emipingue sanguisuga che era penetrata all'interno del calzino e continuava a succhiare non so da quanto tempo, fino a quando una pioggia nebulizzata di DEET le era caduta addosso paralizzandola sul posto, un diavolo bagnato dall'acqua santa.Scaccio il cadavere di quell'essere con una schicchera, e dopo aver verificato che non vene fossero altre, mi sdraio cercando l'ispirazione per dormire.
All'interno del rifugio corre un filo bianco teso tra due dei sei letti a castello presenti. Uno dei due letti e' quello su cui dormo. Varie buste di plastica contenenti del cibo stanno sospese come palloncini pieni d'acqua in attesa di essere scoppiati da un bambino viziato e grasso al luna park.
Ai primi crepitii non voglio dare la giusta rilevanza. La lonely planet era stata chiara in merito. Sul cibo e su tutto il resto.
Pian piano il rumore diventa sempre piu' insistente. Lo percepisco a poche decine di centimetri dai miei piedi. Faccio finta con me stesso di far finta di nulla per qualche minuto, nella religiosa speranza di accorgermi improvvisamente che quel rumore che comincia ad essere ossessionante scompaia nel nulla. Sento freddo alle gambe, per cui decido di coprirmi con il k-way. Nel momento in cui lo sollevo dal letto per mettermelo addosso, mi sembra come se sopra ci fosse poggiato un oggetto, un grave dal peso lieve che schizza via non appena il k-way si stacca da terra.
Continuo a far finta di nulla, anche se in realta' continuo a far finta di farlo. Sgrullo la giacca per spazzar via dalla mente l'idea della presenza di quella cosa. Mi sdraio e comincio a prestare ascolto ai suoni intorno. Predispongo il mio sistema nervoso in funzione di quel rumore, mi pongo in difesa di me stesso facendo risuonare nella mia testa quel crepitare di buste che pendono come palloncini al luna-park, in attesa di essere svuotate da qualcosa, lo faccio riecheggiare [er anticiparlo, una sorta di assuefazione preliminare che serve ad addolcire l'impatto. Passa una decina di secondi, poi venti, alla fine quasi un minuto. Allento la tensione, il suono che mando in loop nelle mie orecchie quasi si smorza del tutto, quando lo scroscio riprende. Il raccordo della funzione che rappresenta il mio stato d'animo in un'intorno di quell'istante, di questo istante, e' cosi' poco regolare, cosi' poco dolce, che la spigolosita' del momento mi fa muovere di scatto, afferrare la luce e illuminare la sorgente di quel suono.
Per un momento sono nella stanza 101. Per quell'istante, per questo istante, sono Winston Smith.
Vedo un topo muoversi sul filo che cerca in tutti modi di rosicchiare quella porzione sufficiente di plastica atta a consentirgli di infilare gradualmente il suo muso all'interno di quello spazio cosi' vitale per lui.
Riprendo a far finta di far finta di nulla, spengo la luce e mi stendo per dormire. Il rumore prosegue, cosi' come tutto il resto. Dopo una decina di minuti, mi ci abituo quasi. A destra della mia testa, disposto perpendicolare rispetto agli assi di legno sui quali sono sdraiato, si trova un altro letto a castello. Il mio corpo e' disposto simmetricamente rispetto all'asse verticale del letto. Forse leggermente a destra. Fatto sta che dopo questi dieci minuti di realtiva tranquillita', qualcosa mi corre sul corpo, dal piede destro alla spalla destra, con lo stesso peso lieve ma inquietante dell'oggetto poggiato sopra il k-way.
Di nuovo stanza 101, Winston Smith, 27 anni prima (26 all'epoca dei fatti).
Comincio a passarmi le mani lungo il corpo a scacciare nuovamente piu' l'idea che l'oggetto concreto che l'ha innestata.
Per l'ennesimo volta riprendo il meccansismo dell'autoinganno. Mi sdraio spostandomi verso la parte sinistra del letto, nell'illusione che il topo mi avesse camminato sopra perche' gli ostruivo il percorso verso l'altro giaciglio, quqllo alla destra del mio. Non passano altri dieci minuti che l'evento si ripete altre due volte. Decido di scendere. Vado a sedermi sulla pnaca che sta in prossimita' della larga apertura sulla aprete del rifugio, predisposta all'osservazione degli animali durante la notte. Accendo di tanto in tanto la luce per verificare la presenza del nemico. Aspetto l'alba, lentamente.

mercoledì 5 gennaio 2011

JUNGLE FEVER: stand by me

Palomar mi dice di aver fotografato uno strano animale. Dice che sembra un piccolo verme e che si muove sul terreno come un dito che si flette e poi si stende.
Siamo gia' stanchi. Cominciamo a razionare la poca acqua che abbiamo con noi.
"Credo sia un verme. Non si muove strisciando per via delle dimensioni". Parlo senza prestare molta attenzione alla cosa.
Uno dei film che ha segnato la mia infanzia e' indubbiamente Stand by me. La storia di quattro adolescenti americani che si avventurano nei boschi circostanti la desolante provincia in cui vivono, sulle tracce di un presunto cadavere, piu' un pretesto che altro, un mezzo verso il fine ultimo della crescita spirituale. Un film genuino, diretto e con una profondita' emotiva che stordisce, arricchito da alcune scene memorabili: due su tutte: la sfrenata corsa sul ponte, e il guado della palude infestata da sanguisughe.
Ci fermiamo per una sosta vicino ad una roccia. Tiro fuori dallo zaino i terribili dolci energetici che abbiamo preso come provviste. Mi appoggio al masso per riposare un po' le gambe. In quel momento sento un lieve pizzico sull'indice della mano destra. Pongo il dito all'attenzione degli occhi che scorgono una specie di verme che sembra divertirsi a danzare sul polpastrello. Sara' lungo due o tre cm. Impiego qualche secondo per capire che in realta' non e' un verme, che non sta ballando sul mio dito, ma si sta contorcendo per conservare il giusto equilibrio per succhiarmi al meglio il sangue, essendo appunto una sanguisuga. Dico a Palomar di tirare fuori l'accendino. Lo prende dalla tasca dello zaino e l'accende vicino al parassita che gia' comincio a odiare. Il contatto con il calore lo fa saltare via.
Fosse stato per quel film, sarei morto convitno che le sanguisughe fossero sostanzialmente dei mitocondri visti attraverso la lente del microscopio. Diffidate del cinema.