Non do molta importanza ai primi crepitii. Cerco la posizione piu' ergonomica possibile, se di ergonmia si puo' parlare riguardo a un certo tipo di giacigli. La suggestione non mi da scampo e continuo a grattarmi il piede destro nella regione compresa tra il malleolo e il tendine d'Achille. Qualche minuto prima stavo combattendo con una emipingue sanguisuga che era penetrata all'interno del calzino e continuava a succhiare non so da quanto tempo, fino a quando una pioggia nebulizzata di DEET le era caduta addosso paralizzandola sul posto, un diavolo bagnato dall'acqua santa.Scaccio il cadavere di quell'essere con una schicchera, e dopo aver verificato che non vene fossero altre, mi sdraio cercando l'ispirazione per dormire.
All'interno del rifugio corre un filo bianco teso tra due dei sei letti a castello presenti. Uno dei due letti e' quello su cui dormo. Varie buste di plastica contenenti del cibo stanno sospese come palloncini pieni d'acqua in attesa di essere scoppiati da un bambino viziato e grasso al luna park.
Ai primi crepitii non voglio dare la giusta rilevanza. La lonely planet era stata chiara in merito. Sul cibo e su tutto il resto.
Pian piano il rumore diventa sempre piu' insistente. Lo percepisco a poche decine di centimetri dai miei piedi. Faccio finta con me stesso di far finta di nulla per qualche minuto, nella religiosa speranza di accorgermi improvvisamente che quel rumore che comincia ad essere ossessionante scompaia nel nulla. Sento freddo alle gambe, per cui decido di coprirmi con il k-way. Nel momento in cui lo sollevo dal letto per mettermelo addosso, mi sembra come se sopra ci fosse poggiato un oggetto, un grave dal peso lieve che schizza via non appena il k-way si stacca da terra.
Continuo a far finta di nulla, anche se in realta' continuo a far finta di farlo. Sgrullo la giacca per spazzar via dalla mente l'idea della presenza di quella cosa. Mi sdraio e comincio a prestare ascolto ai suoni intorno. Predispongo il mio sistema nervoso in funzione di quel rumore, mi pongo in difesa di me stesso facendo risuonare nella mia testa quel crepitare di buste che pendono come palloncini al luna-park, in attesa di essere svuotate da qualcosa, lo faccio riecheggiare [er anticiparlo, una sorta di assuefazione preliminare che serve ad addolcire l'impatto. Passa una decina di secondi, poi venti, alla fine quasi un minuto. Allento la tensione, il suono che mando in loop nelle mie orecchie quasi si smorza del tutto, quando lo scroscio riprende. Il raccordo della funzione che rappresenta il mio stato d'animo in un'intorno di quell'istante, di questo istante, e' cosi' poco regolare, cosi' poco dolce, che la spigolosita' del momento mi fa muovere di scatto, afferrare la luce e illuminare la sorgente di quel suono.
Per un momento sono nella stanza 101. Per quell'istante, per questo istante, sono Winston Smith.
Vedo un topo muoversi sul filo che cerca in tutti modi di rosicchiare quella porzione sufficiente di plastica atta a consentirgli di infilare gradualmente il suo muso all'interno di quello spazio cosi' vitale per lui.
Riprendo a far finta di far finta di nulla, spengo la luce e mi stendo per dormire. Il rumore prosegue, cosi' come tutto il resto. Dopo una decina di minuti, mi ci abituo quasi. A destra della mia testa, disposto perpendicolare rispetto agli assi di legno sui quali sono sdraiato, si trova un altro letto a castello. Il mio corpo e' disposto simmetricamente rispetto all'asse verticale del letto. Forse leggermente a destra. Fatto sta che dopo questi dieci minuti di realtiva tranquillita', qualcosa mi corre sul corpo, dal piede destro alla spalla destra, con lo stesso peso lieve ma inquietante dell'oggetto poggiato sopra il k-way.
Di nuovo stanza 101, Winston Smith, 27 anni prima (26 all'epoca dei fatti).
Comincio a passarmi le mani lungo il corpo a scacciare nuovamente piu' l'idea che l'oggetto concreto che l'ha innestata.
Per l'ennesimo volta riprendo il meccansismo dell'autoinganno. Mi sdraio spostandomi verso la parte sinistra del letto, nell'illusione che il topo mi avesse camminato sopra perche' gli ostruivo il percorso verso l'altro giaciglio, quqllo alla destra del mio. Non passano altri dieci minuti che l'evento si ripete altre due volte. Decido di scendere. Vado a sedermi sulla pnaca che sta in prossimita' della larga apertura sulla aprete del rifugio, predisposta all'osservazione degli animali durante la notte. Accendo di tanto in tanto la luce per verificare la presenza del nemico. Aspetto l'alba, lentamente.