martedì 12 aprile 2011

La dipartita di Palomar

Dovevo temperare una stupida matita. Era da tanto che non ne temperava uno. Cercai tra i cassetti, ma non trovai nulla. Misi le mani negli stessi posti innumerevoli volte.
Finii per arrendermi.
Il giorno seguente, sulla mensola della mia camera scorsi un temperino viola. Svenii all'istante e cominciai a sognare di banchetti lungo stradine rese vive dal calore della gente, di cadute su centimetri di fango, di paradisi perduti ma non troppo, e poi ancora di strani incontri casuali e di giorni di ozio ad oscillare su un'amaca, e di templi che sembravano esser lì da sempre.
Sognai tutto questo, fino a svegliarmi, con un vago ricordo nella testa.
Il ricordo di un compagno, di un amico, con il quale avevo lavato i panni sporchi assieme.

lunedì 14 marzo 2011

The Constant

La prima volta, ti avevo gia' incontrata.
Sei tornata indietro nel tempo, cosi' mi hai detto.
Sei venuta a trovarmi in un limbo costruito nel tempo nel tempo, un limbo da cui eri scappata, o da cui forse ero scappato io.
Mi hai detto che ti avevo detto che se le cose fossero andate in un certo modo, avresti dovuto viaggiare a lungo per avvisarmi di cio', per dirmi quello che ti avevo detto di dirmi.

La spiaggia e' bianca oggi, poche nuvole. Ti avvicini lentamente, piu' lenta degli scorsi giorni. Mi interrompi mentre leggo Ferdyturke. Ti avvicini con un foulard e una collana della stessa fantasia, gli occhiali in testa ti danno un tono che sa molto di Marla Singer felice nella sua impossibilita' di esserlo. Mi  guardi un istante, sbatti appena appena le palpebre in un gesto che vale una vita, e mi  dici che il mare e' troppo alto da giorni, pericolo tsunami.

Fottiti, Pol Pot

Se guardi bene quel giallo stantio,
puoi veder la sofferenza
accumulata in grumi,
una vernice che cola e si solidifica
intrappolando al suo interno l'odore di grida
che soltanto un cervello
sotto tortura
puo' immaginare di essere in grado di emanare.
Ossidate nel metallo
delle maglie dei letti,
delle scatole degli escrementi,
il sudore di ogni secondo,
fino alla morte.
Nelle foto,
impronte di zampe di galline,
avvoltoi attratti dall'odore
della morte
in fermento.
Nel cortile,
un attrezzo ginnico
trasformato
in strumento di tortura.
Le aule,
trasformate in celle.

Fottiti, Pol Pot.

La morte, atroce, inesorabile, assurda, lenta,
atroce.
Incomprensibile, congengnata da un fottuto pazzo furioso,
fottiti Pol Pot,
assieme ad altri fottuti pazzi furiosi,
Khmer Rouge di nome,
ma non di fatto.

Fottiti, Pol Pot,
non credo nell'inferno,
ma preghero' affinche' tu sia
l'eccezione
che conferma la regola.

Zombie

Mi decido per il fuoco, un po' per il fuoco in se, un po' per la bella thailandese che sta suonado la chitarra. Mi siedo accanto ad un ragazzo conosciuto poco prima, si chiama Perry, e ha gli occhi di chi e' gia' vissuto e sa sempre quale strada seguire. Alla mia destra siede un autoctono dal volto furbo e simpatico di chi si e' fatto le ossa durante gli anni dello splendore dei traffici di oppiacei nel cuore del cuore del golden triangle.
La ragazza suona davvero bene, trasmette un'emozione a cui anocra non so dar significato. Perry viaggia con i soldi messi da parte con la pesca, sei lunghi mesi in Alaska, alternati fra la vita in mare aperto e un piu' confortevole stanziamenteo sulla costa, e non so se mi sorprende piu' questo aspetto o il fatto che a 19 anni sembra saperne gia' molto. 
Di vita, si intende. 
Le mie orecchie fanno la spola tra l'uno e l'altro, tra l'australiano e l'indigeno, con quest'ultimo che mi dice che per la ragazza si tratta dell'ultimo giorno di un tirocinio di tre mesi volto alla formazione gastronomica in ambito di cucina aka. 
Ora so dare un siginificato a quell'energia. Perry mi da una gomitata sul fianco, io mi giro verso di lui perplesso, lui mi fa cenno di avvicinarmi con l'orecchio, mi dice di guardarla, sulle prime penso che gli interessi, ;o prendo un po' in giro, ma lui resta serio e con il dito mi fa segno di guardarle gli occhi. 
Piange. E' terribilmente bella e affascinante in quel pianto spontaneo, vivo, immaturo, tutta l'energia della sofferenza di una ventenne che e' all'ultimo giorno di scuola. Lei guarda Perry e qualcosa scorre tra loro in quell'istante, lo percepisco, lo guarda e gli dice di cantare assieme. Comincia a strimpellare degli accordi comodamente sepolti nella mia memoria, suoni che sanno di bombe ed Irlande del Nord. 
Cantiamo tutti assieme, e piu' il suono si fortifica intorno a quel fuoco spontaneo, quel fuoco che si accende e si spegne in pochi minuti, piu' le lacrime fluiscono veloci dai suoi occhi. Faccio un giro di sguardi, attento a far rimanere i miei occhi semplicemente lucidi, e lo giuro, nessuno, lo giuro, e' riuscito a dissimulare quel rossore incontrollabile che rende l'uomo un vero uomo, come mi disse una volta un piccolo grande saggio.

Pret a porter

La voce e' di quelle smunte e contratte da pomo d'adamo rialzato ad adagiarsi su una pappagorgia che immagino priva di peli. 
La voce di lui. 
La voce di lei e' di quelli soavi e leggermente eccitanti da gatta morta che accentua decisamente una lieve ubriacatura. 
Passi e porte che sbattono si susseguono nel corridoio. La curiosita' mi spinge a lavarmi i denti, un pretesto assecondato oltre la noncurante pigrizia che rovina le bocche di tanti giovincelli.
Esco dalla porta e mi dirigo al bagno. Il lavandino piu' distante ospita una borsa antiquata e noiosa dalla fantasia che piace tanto a un certo tipo di zie alla lontana, di quelle con un neo peloso sulla punta del naso che raschieresti via volentieri con una raspa arruginita, una volte per tutte. Nell'altro lavandino giace lo specchio che normalmente la gente usa per la pulizia del naso mattutina. Nel mezzo sta la donna dalla voce soave, si specchia assumendo le tipiche posizioni di chi si sta provando un vestito ocra da impiegato che abusa di lsd, con il tipo dalla voce strozzata che le da consigli come un commesso di un negozio prossimo alla liquefazione.
E' l'una di notte. L'allucinato provino sta avvenendo nel bagno della new merry guesthouse. Chiedo gentilmente alla donna di trasferire altrove la borsa. Mi avvicino al lavandino e comincio ad osservare la scena di riflesso, mentre mi lavo i denti. Alterno la messa a fuoco fra la coppia e la superficie di vetro. 
Mi lavo i denti come mai nella mia vita, cerco di prender tempo per poter osservare il piu' possibile quella straordinaria performance. Saro' gia' alla decima pulita dei molari superiori, quando i due escono dal bagno e si dirigono verso la camera di lei. Sciacquo rapidamente la bocca e rientro in stanza, pronto per dormire. Attraverso il muro continuano a giungere le voci dei due che discutono animatamente di orari, con la donna che di tanto in tanto sembrerebbe nominare la parola polizia.

domenica 13 marzo 2011

In bloom

Fili elettrici, gente che fuma, l'immortalita' e' di chi nasce gridando, esprimi un istinto, non importa la scelta, esprimi un istinto, non esiste scelta che risolva, tanto meno una soluzione da scegliere, le fughe son tracciate, rintraccia l'odore, seguine la scia di catrame che lascia e non morire serpeggiando inutilmente, non siam fatti per refluire.

martedì 8 marzo 2011

Fake plastic trees

Cammino tra gli scarti del mare cercando nature morte da fotografare. Mi soffermo su un cestino verde a forma di tronco di piramide. Un granchio giace al suo interno come un pipistrello, aggrappato tramite le chele alle maglie del reticolo di cui e'composto l'oggetto. La luce del sole rende il tutto cosi' invitante che tiro fuori la camera per fare una foto. 
Cammino per un'altra ora abbondante, poi decido di tornare indietro. Il sole tiene strette a se' le nuvole concedendosi quel poco da imprimere una fotografia preturneriana alla porzione di spazio che compete al mio sguardo. Canto malamente Comfortably Numb in preda ad uno stato di gioia fulminante, mi sento sfamato dal mondo nello stesso modo in cui sento di nutrirlo, la stessa reciprocita' di due bambini che dondolano in controtempo l'uno rispetto all'altro su due altalene gemelle.
Scorro in semplicita' fino a quando a un centinaio di metri non scorgo la sagoma di un bambino. Porta con se' una grossa sacca grigia, di quelle utilizzate per contenere materiale per l'edficazione. Per quanto e' voluminosa la busta e per quanto e' piccolo il suo corpo, potrebbe farne la sua chioccia. Ogni quattro o cinque metri raccoglie qualche oggetto da terra, lo rigira su se' stesso osservandolo qualche istante. Talvolta lo ributta sulla sabbia, talvolta lo aggiunge al resto del raccolto. Avra' al massimo cinque anni. Ha gli occhi neri e la pelle bruciata.
La sua presenza su quella spiaggia di scarti ha la perfezione della lirica perversa, un canto stonato che stordisce la coscienza di chi, come me, come voi, miete suo malgrado vittime per ingrassare la carne di bisogni indotti. 
La sua naturale collocazione su quella striscia sommersa di diseredati, oggetti respinti dal mare cosi' come dalla terra, vincolati a resistere ed esistere solamente su quel sottile limbo sabbioso, il fatto in se' che quella scena mi sembri cosi' naturale, e' gia' abbastanza per innescare un senso di colpa che mi annebbia la vista, da carnefice divengo vittima, i miei occhi si incrociano spontaneamente a decodificare lo stereogramma che mi si para di fronte, l'artificiosita' di una scansione morale oltre la genuinita' indotta e sistematica -nel senso di sistema- a cui gente come me, come voi, e' solita esser soggetta. 
Il bambino non mi degna di uno sguardo, troppo intento a valutare l'oggetto di turno. Lo prende in mano, guarda al suo interno. Poi lo butta a terra in malo modo come a volerlo liberare da qualcosa che giace al suo interno. Raccoglie quel pezzo di natura morta e lo ripone nella sacca, riprendendo il cammino canticchiando indifferente. Cerco il suo sguardo con un sorriso macchiato di sangue, ma la sua realta' va ben oltre la mia. 
Mi rimetto in moto con un passo svuotato, seguendo con lo sguardo quel granchio semimorto che avevo da poco fotografato.

venerdì 4 marzo 2011

Dr. Manhattan

Scorro rapidamente il cursore, immagini random che non seguono la linea temporale, la traccia che ho lasciato dietro di me in questi tre mesi, Malesia Thailandia Laos Cambogia, kuala lumpur taman negara cameron highlands pulau pinang hat yai phuket surin islands ko tao bangkok ayutthaya sukhothai chiang mai chiang rai houei xai luang nam tha muang sing luang prabang vientiane kong lo cave thakeh savanaketh pakse si phan don phnom penh otres beach...
Rivivo i momenti attraverso un paesaggio o un primo piano, e ogni salto temporale e' un sussulto al cuore, come quando imposti shuffle su un cd che contiene cento canzoni che adori e che non ascolti da una vita, perche' da quel 14 dicembre ogni giorno trascorso e'una vita a se', ogni giorno nasce e finisce li', senza raccordi, l'anima centrifugata e macellata in tanti filamenti, non c'e' dimensione nel viaggio, il tempo si dissolve in una serie di piani paralleli che scorrono indipendentemente l'uno dall'altro, schizofrenia temporale la definirebbe lo psichiatra del Caos. Anche i sentimenti sembrano frammentarsi, non riescono piu' a metter radici, non ne hanno il tempo. 
Non ne hanno il tempo.
Ho il corpo ricoperto di ferite, ricoperte a loro volta da uno strato di sale inspessito e calcificato, ma non riesco a percerpire il dolore, se non una parte infinitesimale di pelle alla volta. 
E mentre scrivo tutto questo su uno stupido letto con un lenzuolo imbrattato di snoopy, la mia pelle sta diventando sempre piu' blu.

Bella ciao

Un suono sterile quanto una fabbrica dismessa apre lentamente, ma inesorabilmente, uno squarcio nella sottile pellicola temporale che separa i giorni, un rumore cosi' insignificante e impiegatizio che la memoria non gli concede neanche un bit di ospitalita'. 
Chiang Rai e'invasa da un sole che non tradisce eventi, una di quelle giornate che sanno molto di Truman show. Spengo la sveglia del cellulare per concedermi altri tre o quattro minuti di ristoro, dopo una notte passata a far finta di rilassarmi per prender sonno. Kemal si alza qualche minuto prima di me. Lascia la luce accesa per non disturbare i miei occhi serrati, e si dirige verso il bagno con il passo deciso di un uomo che sembra non aver mai indugiato nel sedere sul bordo del letto, il corpo ancora intorpidito dal sonno e gli occhi raschiati dalla calcificazione notturna di lacrime silenziose. Si chiude la porta alle spalle. Qualche secondo e uno scroscio d'acqua comincia a bagnare il pavimento. Il getto si interrompe una sola volta, cosa inevitabile considerata la calvizie del turco. Dopo qualche minuto la porta si apre e Kemal sfila verso il suo zaino. Aspetto un altro minuto per smettere di far finta di provare a dormire, e do il buongiorno al compagno di stanza, che mi risponde con lo stesso calore che gli colora gli occhi. 
Io e Kemal ci siamoritrovati a condividere la stanza e qualche giorno di viaggio senza troppo preliminari. Non ci e' mai stato ghiaccio da sciogliere tra noi, una di quelle cose per cui vale davvero la pena viaggiare. 
Vado al bagno per risvegliare il corpo con una doccia. Quando esco trovo Kemal a mangiare seduto sul materasso. Tiro fuori da una busta di plastica pane in cassetta e marmellata. Prendo il coltello e lo sterilizzo con l'accendino. Preparo una fetta per me e una da offrire al turco, che indugia nel complimento per qualche istante per poi accettare con il sorriso negli occhi. Kemal mi offre delle noci. Dice che le ha portate dalla Turchia, provengono direttamente dal suo orto.E' un uomo legato alle sue origini, allo stesso modo in cui e' famelico di esplorare l'altro.
Finito di mangiare, si alza e va nuovamente al bagno. Stavolta lascia la porta semiaperta, fatto che mi permette di sentire ancora meglio il rumore di un getto d'acqua dal flusso piu' intenso e raccolto, derivante dal tubo che nel sud-est asiatico usano come surrogato del bidet. Non riesco a capire cosa stia facendo, l'unica cosa che mi viene in mente e' che stia pulendo il pavimento. Qualche minuto e mi sento chiamare. Seguo il suono a ritroso e trovo il turco con un piede appoggiato sul  bordo del sanitario, che sta sciacquando la scarpa e l'estremita' del pantalone per i piccoli rimasugli di terra appiccicati. E' ossessionato dalla pulizia dei piedi. 
"Andrea, cantami una canzone tipica del tuo paese".
Ci penso qualche secondo, fino a quando non me ne viene in mente una, ma continuo a scandagliare per un'altra decina di secondi fino a quando non mi decido per la prima.
Non ho mai sopportato la retorica che impoverisce normalizzando alcuni aspetti dell'antifascismo italiano, ma con la mente e il corpo cosi' lontani dall'Italia, una canzone come Bella ciao riacquista tutto il fascino e l'importanza che aveva in origine. Comincio a cantare senza alcuna remora, mentre Kemal sorride senza guardarmi, e nel frattempo continua a pulirsi le scarpe. Sono li', con la spalla appoggiata allo stipite della porta, a cantare a dir tanto per la decima volta in vita mia Bella Ciao ad un turco in Thailandia. 
Al secondo ritornello mi interrompo. 
"Ora sta a te".
Kemal ci pensa un po', ma in realta' e' solo un'impressione, sa gia' benissimo cosa cantera'. E quando la sua voce comincia a dar vita a quel bagno, a conferirgli un'atmosfera come solo la musica puo' fare, qualcosa in me si scioglie, e a stento tratengo le lacrime. L'energia nella melodia e nel suono di parole che non comprendo, contamina la sterilita' dell'ambiente in cui ci troviamo. 
Si ferma una prima volta per un tempo sufficiente da far sorgere in me un convinto e genuino dispiacere nel credere che sia gia' finita, per poi riattaccare in modo ancor piu' dirompente, grazie proprio al silenzio instaurato. 
Me ne devo andare, perche' in realta' ho mentito. Quel pizzico di ghiaccio che ancora giaceva tra noi, ora si sta sciogliendo e lentamente comincia a colare dai miei occhi, ormai giunti oltre il punto di non ritorno.

martedì 1 marzo 2011

Lola corre

Nella penombra languida e sottile di una guesthouse qualsiasi in ayuthaia sergio cuvato si muove come un crononauta che non sa di viaggiare nel tempo.
Il viale stordisce bruciandoti di cemento appassito evanescente, le vetrine dei negozi slittano come rulli di slot machines che indugiano un po'troppo fino a quando il tempo non si rompe arrestando lo spazio e in una vetrina qualsiasi, ma in fondo esattamente in quella, ristaglia límmagine di uno splendido gigante buono di soprannome Indra, uno di quelli che sceglieresti come hug partner in uno dei primi cinque incontri dellássociazione malati di cancro ai testicoli.
La settimana a bangkok sta finendo di gocciolarmi in testa mentre cammino in un vicolo dai passi inflazionati e scorro al fianco di un trio da cui esce il classico accento italiano di un italiano che parla bene inglese, e io mi giro, mi volto istantaneamente quanto istintivamente e scorgo Enea dagli occhi abbronzati da un verde illegale.
Incontri una persona, ne perdi le tracce per ritrovarle nel labirintico mercato di Bangkok, perdersi ancora, fortunatamente, per incrociarsi nuovamente in Laos, in unáltra dimensione ed il suo nome e'sempre annalisa, con la sua voglia di intrattenersi oltre misura, e tutto questo sembra non aver mai fine, perdersi e ritorvarsi ancorauna voltain Don Det, ma la prossima volta lo giuro avro'i baffi e gli occhiali scuri.
Nella giungla malesiana la loro fama le precede, assieme ai loro passi, seguiti fino al rifugio, due ragazze olandesi solari e svampite e dalle battute incomprensibiliche si materializzano una seconda volta nella coltre di nebbia delle cameron highlands, in un contesto che avra'sempre la fotografia di un film noir anni 50.
Bamglampu, strusciamo alla ricerca del tempo che non avanza, tempo perduto in tutti i sensi tranne in quello di scorgere una coppia di francesi fricchettoni, lui il classico pirata mancato, pizzetto che da l'impronta, tricocagionevole dallo sguardo nero e indagatorio, lei sensuale dal naso pronunciato e gli occhi attraenti, con un pizzico di ingenuita'di chi tarda ad invecchiarsi, li intravedo arenati su due birre in un locale di khao san, in una sera di fine gennaio. 
E tutte quella serie sterminata di amici mancati, persone che nascono e muoiono sconosciute, dritti nel girone dei binari morti.
E quando il tempo se ne lava le mani, ecco che interviene la tecnologia, con un fotogramma visionato in vientiane e scattato in luang prabang, in cui compare un ragazzo nato coi baffi e láccento toscano, incrociato sulla sabbia di Don Det, sotto un sole che fa bollire a rilento il sangue. 
Energie? Si, forse.
Ma sporattutto, Lonely Planet.

giovedì 24 febbraio 2011

Deus ex machina

Cerco uno sfogo verde all'interno dell'omogenea distesa di cemento di Bangkok. Dispiego la cartina e adocchio un quadratino 4 km circa a NE di dove mi trovo in quel momento. Fermo varie persone per strada per poter attuare un sondaggio circa l'autobus da prendere, dando successivamente fiducia alla maggioranza relativa rispetto al computo totale delle opinioni registrate.
Mi piazzo in fermata ad attendere il 44. Cinque minuti dopo i miei piedi non toccano piu' terra. Mostro la mappa alla tipa che fa i biglietti, indicandole quello sputo d'erba che vado cercando come aria sulla luna. Mi guarda perplessa. A mia volta la guardo perplesso per la sua perplessita', lei ci pensa qualche secondo in cui i nostri sguardi non si comunicano praticamente nulla, e poi decide di chiamare in causa il capo della baracca, il conducente.
Mi siedo pensando che di li' a pochi istanti la donna sarebbe tornata per restituirmi la cartina e farmi intendere che mi avrebbe fatto un segno al momento della fermata a cui sarei dovuto scendere. I due iniziano a parlare concitatamente, sembra quasi che stiano discutendo sulla questione. La cosa si protrae per due minuti sostanziosi. Ad un tratto la tipa si gira verso di me, stavolta penso e' fatta, hanno risolto, ora viene da me e mi da qualche segno, qualcosa di minimamente riconducibile ad un'espressione di comprensione, ma l'illusione dura appena il tempo di vederle roteare il capo verso la sua destra, alla ricerca di un ulteriore aiuto esterno per sviscerare la questione.
E' in questo momento che entra in gioco il terzo uomo, che se ne sta li', sornione, seduto al primo posto della fila di sinistra. Da l'aria di essere un esperto in tema di indicazioni stradali, una sorta di mentore a cui il duo guidatore-bigliettaia si affida solo dopo troppi tentennamenti e vicoli ciechi, un po' come le soluzioni degli indovinelli a cui ti affidi solo quando davvero senti di esserti arreso.
Sulle prime il terzo uomo non si avvicina, parla a distanza. Quando dopo un minuto, e a questo punto ne sono gia' trascorsi 5 da quando la giostra e' in movimento, vedo il mentore alzarsi dal posto, un velo di kafkiana fattura investe tutta la mia speranza di un disincanto totale.
Adesso che sono in tre, si discute animatamente della questione con periodiche e sporadiche cadute d'intensita' dovute al fatto che uno dei tre mi sta fissando anche solo per un istante, mai nello stesso momento, guidatore compreso attraverso lo specchietto retrovisore. I minuti passano e sento trasformarmi in qualcosa di burlesco, un buffo uomo a cui capitano cose buffe e improbabibli, dieci minuti seduto li' a far finta di guardarmi intorno in attesa del responso dell'oracolo.
Ma quando tutto ormai sembra perduto, ecco che fa la sua comparsa in scena il deus ex machina.
Seduta a meta' strada tra me e il terzo uomo sta una signora che si rivela una buona conoscitrice d'inglese. Si avvicina al trio che nel frattempo non ha ridotto minimamente la vigorosita' della conversazione, e in fondo sono davvero sorpreso della capacita' di un gruppo di persone di saper riempire cosi' abilmente uno spazio temporale di dieci minuti con un discussione circa una semplice indicazione stradale, cosi' sorpreso che quasi l'ammiro, ammiro la naturale vigorosita' che continuano a mantenere alta anche nel momento in cui, appunto, si avvicina il DEM, che si unisce ai tre mantenendosi estranea ad un certo tipo di animosita'.
Ovviamente passano altri cinque minuti, prima che il DEM si avvicini con lo sguardo cdi chi sta per darti una notizia risolutiva, e mi dice che il parco dove mi sto dirigendo in realta' sono i giardini residenziali del re, o qualcosa di simile, e che non e' consentito l'accesso agli estranei.

Vertigo

A Maverick e Palomar


E' da un'oretta circa che camminiamo alla ricerca del posto. L'ultima serata con Maverick sta scorrendo via tra spostamenti continui da una parte all'altra di Bangkok. In lontananza osserviamo i grattacieli, cercando d'intuire quale possa essere la nostra meta. 
Non sappiamo granche' del posto, al di fuori dell'indirizzo e del fatto che si trova al 59esimo ed ultimo piano di un grattacielo. 
Ogni palazzo che lentamente si avvicina a noi semrba essere quello buono. Ne passiamo una decina di questo tipo. 
E' l'una passata. 
Il locale si trova all'interno di un hotel, di cui scordiamo in continuazione il nome. Le macchine che ci scorrono a fianco sono prevalentemente taxi alla ricerca di turisti sperduti e confusi. Alla terza o quarta volta che tiro fuori la guida per cercare il nome dell'albergo, ce lo ritroviamo improvvisamente alla nostra destra.
Valichiamo il cancello e percorriamo la strada che conduce all'entrata del grattacielo, nonostante dei tipi ci abbiano avvertito del fatto che il locale ha chiuso all'una. Decidiamo di entrare facendo finta di essere ospiti dell'albergo. Ci dirigiamo alla sala ascensori. Ne prendiamo uno con la numerazionefino al 32esimo piano. Meglio di niente. Nel giro di pochi secondi arriviamo a destinazione. Scendiamo. La lussuosita' del luogo e' cosi' attrattiva che cominciamo a vagare per i corridoi di quel piano, fino a quando casualmente troviamo una seconda zona ascensori. 
I numeri in cabina arrivano fino al 58, che per noi ancora non e' sufficiente. In ogni caso saliamo a bordo. Scendiamo e cominciamo a cercare una spinta verso l'alto. Nascosta dietro una colonna appare una porta semipaerta. Un giallo che sa molto di ingresso autorizzato ai soli addetti campeggia sulle pareti e sulle porte dell'atrio. Scoviamo altri tre ascensori. Prendiamo quello al centro. Sembra un po' il gioco delle tre porte. Premiamo la freccia verso l'alto.
Usciamo dalla cabina e veniamo attratti verso una porta da cui traspare un'ombra magnetica. 
L'apriamo.
Delle lievi luci soffuse arancioni illuminano la scena. Decine di tavolini gia' sistemati per il giorno seguente stanno in prossimita' dei gigantesche vetrate che rifrangono e riflettono le infinite luci della citta'. 
Mi viene in mente una canzone. Il ritornello fa piu' o meno cosi'.

Dos & Don'ts in the jungle

Solo al terzo giorno nelle Cameron Highlands ci decidiamo per un trekking. Il percorso e' abbastanza breve, circa 3 km, con un dislivello di 500 m. 
Man mano che avanziamo il declivio aumenta di pendenza di pari passo all'infittirsi della giungla intorno. L'umidita' dovuta alla pioggia inspessisce l'aria rendendola vischiosa e densa come un liquido inespressivo che rende il nostro respiro affannato e docile. Ci fermiamo spesso a riprender fiato, aspettando che l'inevitabile sudore dorsale si asciughi. 
Cammino davanti a Palomar di qualche metro, cercando di delegare la potesta' della mia mente al paradiso che mi sovrasta, sono li' con le chiavi in mano, ma serro stretto il pugno, contratto da incontrollabili terminazioni nervose che fanno capoa loro volta a pensieri reazionari nel loro stesso atto di esistere. 
La corrente di un rivo rumoreggia una ventina di metri piu' in basso, aprendo per un istante quel laborioso circuito che continua ad operare nel mio cervello, un istante di asettica liberta' che mi restituisce al presente. Mi blocco sul posto. Inspiro lentamente per non distrarre la natura dal suo movimento perfetto, tutta quell'eterogenita' di piante ed alberi che si susseguono, e te li', semplice rotella di un congegno superiore, non intelligibile, una sorta di motore perpetuo aristotelico. 
Un rumore sposta la mia attenzione un po' piu' in alto, sembra quasi che i rami si stiano schiantando a terra, rimango attonito di fronte alla scena per qualche secondo, per poi scorgere la prima di una serie di scimmie che si stanno spostando all'interno della foresta. 
Il circuito si richiude.
Un pensiero latente che da principio la mia mente decifra appena con la coda dell'occhio, comincia ad invaderle il campo visivo, alla mente si intende, con la stessa inarrestabile progressione di due occhi che si abituano a vedere al buio. Il respiro diviene ancora piu' corto, il pensiero-fobia si sovrappone all'umidita'in un concorso di forze che faccio sempre piu' fatica a contrastare.
In sostanza, da ogni curva sul percorso che si scopre ai miei occhi, immagino di veder scendere lentamente una tigre. Me la immagino che si avvicina lentamente a noi, allo stesso modo in cui noi ci dirigiamo passo dopo passo verso il punto d'incontro. 
Anticipo l'immagine per abbattere la fobia che si sta radicando dentro di me, lo stesso meccansimo dei topi nel rifugio, quando poi a volerla veder bene la fobia consiste proprio in questo, proprio nel fatto che instilla in te la convinzione di dover fare altrimenti, escogitando stupidi espedienti per raggirare cio' che si crede essere la fobia in se', ma che in realta' altro non e' se non un ingranaggio dell'intero meccanismo, che non e' possibile poter considerare separatamente da tutto il resto. 
Ogni passo in piu' diventa una probabilita' in meno. In cima, non so bene il perche', ma neanche la mia fobia riesce a fantasticare di vedere delle tigri. 
Vado a memoria sul comportamento da tenere nel caso in cui si incontri una tigre nella giungla. Immagino la scena, con il condimento ulteriore di quest'ultimo ingrediente. Eccomi li', a pochi passi da un punto cieco del percorso, che vedendo spuntare prima la testa enorme, e poi il resto del corpo del felino, con una tranquillita' prossima ad un'overdose da oppio, mi siedo a gambe incrociate al centro del sentiero in attesa che la tigre in modo innocuo faccia marcia indietro. 
La prima reazione che ho al pensiero di me asceta che sfido pacificamente una tigre a chi non desiste prima, e' di fare un giro completo su me stesso alla ricerca del miglior albero in base ai tre parametri fondamentali che caratterizzano gli alberi in quanto vie di fuga: accessibilita', altezza, conmfort. Se non che mi ricordo che Palomar mi aveva gia' messo in guardia sul fatto che le tigri si arrmpicano. non mi resta altro che aumentare il numero di passi per unita' di tempo, per far regredire velocemente a zero la probabilta' che una fobia divenga realta'.

mercoledì 16 febbraio 2011

Blow up

Vaghiamo in un remoto mercato locale, a pochi chilometri dalla Cina. Sono in compagnia di Cosimo, conosciuto lungo la strada verso il Mekong, alla volta del Laos. Un fiorentino verace, dallo sguardo penetrante e al contempo caloroso, con un baffo folto e prominente che ti stampa immediatamente il suo volto nella memoria. 
Vaghiamo come stranieri che giocano a non fare i turisti in un luogo che ancora riesce a nascondersi dagli sguardi in cartolina dei voyeur. 
C'e' stato un incendio che ha devastato un capannone che conteneva molta merce da vendere, un vero e proprio disastro per l'ecoomia dei locali. Ci guardiamo intorno, vorremmo fare delle foto esclusivamente per testimoniare l'evento, ma la coda di paglia dello sciacallo ci fa tentennare.
Dopo un po' ci sblocchiamo e cominciamo a fare qualche scatto. Guardo un signore alla mia sinistra, ci sorridiamo. Gli faccio segno con la macchina fotografica a chiedergli il nulla osta per immortalarlo. Mi sorride nuovamente, ma respinge la rischiesta. Mi giro e vedo Cosimo che si avvicina. Metto il copri obbiettivo alla macchina e mi dirigo verso di lui. 
"Il tipo mi ha rifiutato lo scatto".
Cominciamo a parlare a riguardo.  Mi racconta di quanto gli risultasse difficile fotografare i volti fino a qualche anno fa, ma il discorso si interrompe di fronte a un banchetto di frutta. 
Passano circa dieci giorni. 
Mi trovo in Vientiane di nuovo in compagnia di Palomar. Mi sto aggiornando sui suoi ultimi giorni di viaggio scorrendo rapidamente le sue istantanee. mi soffermo a lungo sulla successione di volti dei turisti assiepati sul Phu si, la collina con i templi di Luang Prabang, volti in attesa del tramonto come se fsse un concerto. 
Continuo a muovere il cursore destro fino a giungere ad un'immagine che innesca dentro di me una sorta di fusione, elementi indipendenti che fluttuavano liberamente in un ipotetico spazio animato, sono improvvisamente soggetti ad una mutua attrazione che li porta ad adagiarsi sublimamente nell'irregolarita' dell'altro in un congegno perfetto per un solo istante, un istante appena, tanto e' il tempo concesso alla perfezione, per poi deflagrare invadendomi le interiora di un'energia che sa di droga perfetta. 
L'esplosione esterna si manifesta immediatamente all'esterno er mezzo di un grido misto a risata che contagia Palomar, facendogli intuire cosa sta accadendo. 
Nel piccolo schermo della nikon d3100 appare l'immagine di un uomo con un cappello a tesa larga verde, che indossa una maglietta grigia con la scritta peace, e sul cui viso spiccano due occhi penetranti e calorosi e un baffo e prominente che ti stampa immediatamente il suo volto nella memoria.   

martedì 15 febbraio 2011

Hat Yai

L'imaptto con la Thailandia e' tra i peggiori. Tre elementi dominanti subito in vista: stupidita', risse, lascivia. 
Arriviamo alla stazione di Hat Yai la sera dell'ultimo dell'anno, al termine di un noioso viaggio in treno, reso vivo esclusivamente dalla conversazione con un malese sessantenne che nonostante la presenza della moglie continua a dilungarsi in racconti che riguardano la bellezza del turismo sessuale in Thailandia, ponendo l'accento sui ladyboy. 
Tre punti di sospensione.
Ci accoglie una vaga foschia, che si mischia con il fumo dei botti di capodanno. 
Chiediamo a dei poliziotti indicazioni stradali mostrandogli la cartina che abbiamo con noi. All'inizio ci si mettono   
in due. Poi ne arrivano altri tre. Dopo cinque minuti ci sono sette uomini in divisa intorno a noi che confabulano circa i massimi sistemi stradali. Capisco che non ne caveremo granche', ragion per cui li ringrazio e mi faccio restituire la guida. 
Giunti alla guesthouse, scarichiamo i pesi dalle nostre spalle e ci buttiamo in strada per mangiare qualcosa. Ci fermiamo ad un chiosco all'angolo tra due vie. Dall'altro lato un po' di gente e' radunata davanti ad un locale che ha tutta l'aria di essere un negozio parrucchiere. Ballano strusciandosi, con le ragazze che ridono davvero come galline, e un ragazzo ogni 2-3 minuti emette degli strani versi che vorresti sparagli per farlo smettere.
Scusate l'intolleranza, ma capireste.
Continuiamo a mangiare con accanto il fratello indiano di Johnny Depp, senza gli incisivi superiori -dice qualcuno  per questioni di fluidita'- e l'unica cosa che manca a questo punto e' essere sorpresi dalle grida di un gruppo di teenthaipunks che rincorre un teenthaipunk facile vittima delle violenze del branco, dal quale emerge un essere che fotografa esattamente la fase intermedia della trasformazione di un uomo in un lupo mannaro, capace di sferrare un pugno volante al malcapitato ttp, e dietro tutti gli altri a dare calci e pugni, ma alla fine per fortuna la preda riesce a dileguarsi dalle grinfie del mutante e degli altri furetti. 
Finiamo di mangiare e facciamo una passeggiata lungo la strada, serpeggiando nella calca come virus stanchi di infettare. 
Incontriamo nuovamente il tipo del treno, il fanatico dei ladyboy, e dopo aver indugiato nell'osservare un altro gruppetto di ttp pacifici che con fare narcisistico posa per i flash curiosi di turisti e indigeni, decidiamo che e' sin troppo e corriamo a nascnderci nel bunker in attesa del fuoco implacabile della mezzanotte.

Nuti

Maverick sta finendo di preparare lo zaino. Tra pochi minuti ci congederemo. Lo osservo sistemare le cose con una sensazione di tristezza che ha due volti. Da un lato il dispiacere, nel senso classico del termine, dopo due settimane trascorse davvero bene assieme, dall'altro l'inevitabile innesco di un meccanismo di nostalgia nei confronti di cio' per cui Maverick rappresenta un naturale legame d'associazione, Itaca.
Dal primo respiro che ricordo di aver fatto, il ritorno e' sempre stato il pezzo forte del viaggio.Salire per poi riscendere, altrimenti che senso ha?
Palomar ci attende nell'internet cafe'. Mi siedo accanto a lui per vedere a che punto e' il trasferimento delle foto.
"Guarda qua che tristezza", dice Palomar. 
Manda in riproduzione un filmato tratto da una trasmissione di mediaset. Lo schermo e' diviso a meta'. Da una parte il susseguirsi di personaggi famosi che esprimono tutta la loro patetica gioia per il ritorno in tv di Francesco Nuti, che nell'altra meta' dello schermo piange disperato, un pianto davvero reale e drammatico, reso ancora piu' tragico dalla sua incapacita' di parlare. 
Pochi minuti ancora e il trasferimento e' completato. Maverick si carica sulle spalle lo zaino. Attraversiamo la strada e fermiamo un taxi. Si toglie lo zaino e lo carica nel portabagagli.
Osservo Palomar e Maverick abbracciarsi.
Mi hanno sempre commosso gli abbracci altrui, potrei scrivere un libro su un abbraccio che ho visto una volta in chiesa, tra due amici. Ma quella e' un'altra storia.
Mentre ci stringiamo, gli ricordo del piccolo timone. Maverick sale in macchina e chiude lo sportello. Passo la mano lieve sulla carrozzeria che riveste il portabagagli, un ultimo contatto prima di chiudere anche questa parentesi.

sabato 12 febbraio 2011

James Spader

Ruoto il bastoncino varie volte su se stesso. E' rivestito con uno stralcio di giornale che lo taglia in diagnonale di un angolo prossimo ai quarantacinque gradi. Su uno dei due lati scorgo un bel viso maschile dai tratti orientali. Mi giro verso destra e fisso per qualche secondo un uomo dall'eta' indefinibile. La sclera dei suoi occhi e' solcata da fiumi rossi che hanno definitivamente rotto gli argini. Altre tre o quattro persone hanno il viso stravolto come lui, non di piu'. 
Ritorno a proiettarmi sull'oggetto che stringo in mano, cerco di mettere a fuoco l'assurdo che sto vivendo, ma l'unico pensiero che mi vibra in testa e' che il belloccio dagli occhi mandorla non e' altro che il fratello di James Spader. James Spader , il protagonista di Stargate e di Crash. Chiarisco a me stesso che e' del tutto probabile che siano stati partoriti da due madri diverse, ma che il proprietario del seme sia lo stesso. Il delirio consuma parte della mia energia cerebrale, e sento un sonno che progressivamente mi scioglie, e parallelamente avverto un relativo senso di colpa per il disinteresse che il torpore crescente sta palesando. 
Mi stiro la schiena, cerco lo sbadiglio, bevo, insomma metto in pratica tutta una serie di azioni che mi permetta di superare il sonno e di conseguenza il senso di colpa.
Seduto accanto a me c'e' Kukiet. Quando mi giro per guardarlo, mi accorgo che sta dormendo.
Kukiet, il cinquantenne thailandese che ha accolto me e Kemal nel tempio con la gentilezza del miglior ospite delineandoci alcuni aspetti fondamentali della cosmologia buddista, una persona cosi' gentile e amorevole che non riusciresti mai ad immaginartelo compiere azioni deplorevoli, ha il mento appoggiato sul petto, prossimo al russare al funerale del fratello. 
Il bastoncino che ho in mano va deposto un una cesta assieme a tutti gli altri, e da quel che ho capito la sua funzione nella cremazione e' la stessa che ha il pugno di terra lanciato sopra la bara durante la sepoltura. 
Il sonno di Kukiet dura appena trenta secondi. Una porzione di tempo sufficiente a spiegare tante cose. Dopodiche si sveglia e in automatico giunge le mani e riprende a pregare. Dopo qualche minuto ci alziamo per andare a riporre i bastoncini nell'apposito urna. La gente comincia a radunarsi in gruppetti per andar via. Kukiet ci saluta, e' tra i prmi a congedarsi. Dice che deve tornare a Chiang Mai, non so bene per cosa. Osserviamo le persone salutarsi come se fosse finito un pranzo di nozze. Ci avviamo al cancello. Nel frattempo dalla ciminiera ancora nessun segnale di grigiore umano.

mercoledì 9 febbraio 2011

Mekong

Il Mekong si muove lentamente di fronte ai miei occhi. Rifletto sul concetto di confine distratto dalla quiete indisponente che mi circonda, la calma rassegnazione dell'anima tipica del sud est asiatico.
E' il giorno del congedo dalla Thailandia, e il mio cervello continua a partorire immagini scarne che danno quella piacevole sensazione di dolore allo stomaco, che molti chiamano nostalgia, anche se solo in fase embrionale.
E' il giorno del congedo dalla lascivia di Hat Yai e di Patong, dagli insopportabili guidatori di tuk tuk di Bangkok, dai ladyboy diffusi a macchia d'olio, dalla ragazze in strada che ti adescano per un "massaggio".
E' il giorno del congedo dal paradiso perduto delle Surin Islands, e dallo scoglio di Ko Tao con la relativa incertezza di Cindy.
E' il giorno del congedo da Sofia, e da una certa nota stranezza. 
E il tutto si mischia con un'altra nostalgia, tanto latente quanto piu' intensa, esternamente. Due mesi lontano, due mesi a perdersi e a ritrovarsi. Due mesi oscillando ta l'ansia di evitare di essere un turista, e la difficolta' di trascorrere anche solo un'ora come un viaggiatore. Di differenza ne corre molta, un po' come tra il passaggiare tra i viali di uno zoo con una busta di noccioline in mano, e perdersi nella giungla durante una notte di pioggia.
Penso e vivo tutto questo, quando sento dietro di me il rumore di passi che si avvicinano. Mi giro e scorgo un uomo e una donna che trasportano un cesto con due buste di plastica all'interno. Hanno tutta l'aria di contenere rifiuti. La donna si avvicina alla riva con un'inadeguata sensualita', si tira su la manica della maglietta e smuove l'acqua con la mano per saggiarne la temperatura. Sono cosi' assorbito dall'eleganza di quel gesto, che non mi accorgo che l'uomo sta lanciando in acqua una delle due buste. Gettata anche l'altra, se ne vanno con la stessa disinvoltura con la quale sono arrivati. 
E' il giorno del congedo dalla Thailandia, ma ora vorrei essere a casa.

venerdì 28 gennaio 2011

The twist

La seconda volta prestiamo maggiore attenzione ai dettagli. Una scarpa col tacco, una veste strappata. Rivedere da capo un film con la sorpresa alla fine. 
Ci apprestiamo a trascorrere la nostra seconda notte nella stazione ferroviaria di Ipoh. Qualche ora prima  siamo in macchina con un uomo dalla camicia celeste che ci sta dando gentilmente un passaggio. Osservo i cartelli che scorrono alla mia sinistra. Sono incuriosito dal significato di uno di questi, tinto di rosso. Chiedo al tipo delucidazioni in merito. Dopo un minuto di stenti comunicativi bilaterali, capisco che si tratta di un invito a moderare la velocita' a causa della pericolosita' del tratto stradale. Si stanzia un silenzio di qualche secondo, interrotto da una frase dell'uomo: "Baz. Ded. Tentiseve". Tre parole sconnesse ripetute ad oltranza fino a quando non da segno di aver compreso. Mi serve ancora qualche secondo per mettere a fuoco. Improvvisamente tutto appare terribilmente chiaro. Stiamo scendendo dalle Cameron Highlands diretti ad Ipoh. Sara' la nostra seconda notte nella citta', ma questo gia' lo sapete. 
La prima l'abbiamo trascorsa tra un self-service indiano e la stazione. Lungo il cammino che va dall'uno all'altra,la carcassa di un bus dilaniato da un incidente stradale. Quella parte di volume che va dal tetto ai poggiatesta, si e' dissolata nell'aria. L'insieme dei residui dei vetri che costituivano i finestrin, ha praticamente misura nulla. Facciamo una stima approssimativa dei morti, poi proseguiamo per la stazione.

giovedì 27 gennaio 2011

Fiducia

Un uomo con una camicia celeste ci guarda divertito. Indugia appositamente nei preliminari di cio' che dovra' compiere, per poter continuare ad osservarci. Una pioggia fine, al limite della nebulizzazione costringe Palomar ad indossare un k-way giallo trasparente, di quelli usa e getta. 
Una barba lunga tre mesi in connubbio a lunghi capelli, con il tocco decisivo degli occhiali da vista, tutti questi elementi assieme gli conferiscono le sembianze di un ricercatore di vaccini uscito di senno mesi prima, e da allora alla disperata ricerca di un passaggio verso Penang. Tiene in mano un cartello ricavato dal cartone di una scatola per birre. Tre parti per il tutto: 'Ipoh, Penang, Merry X-Mas!'. 
Stiamo trascorrendo la mattinata della vigilia di natale sull'unica strada che taglia la frazione di edifici sorta nel mezzo delle Cameron Highlands, in attesa di un passaggio da quel malese arguto che riesca ad intuire che stiamo facendo l'autostop. 
Il traffico scorre lento in entrambi i versi, reso ancora piu' singhiozzante da una coppia di stranieri che fanno il segno dell'ok ai frastornati automobilisti che transitano. Iniziamo a sconfortarci, visto che una ragazza incontrata il giorno prima ci ha detto che e' davvero semplice ottenere un passaggio, cosi' rapido e indolore che non da neanche cosi' tanto gusto. Ha dimenticato un piccolo particolare che la pone in posizione di vantaggio (ad essere precisi due, decisamente poco piccoli). 
Dopo mezz'ora circa l'unico ad essersi fermato e' un ragazzo americano, che in realta' sarebbe partito il giorno seguente, ed e' cosi' mortificato che non possa darci un passaggio che addirittura ci chiede scusa. 
Ci diamo il cambio. Passano appena cinque minuti che rivediamo l'uomo con la camicia celeste. E' vicino alla sua macchina parcheggiata in una piccola via laterale. Ci fa il segno di avvicinarci. Ripiego il cartello, carico lo zaino sulle spalle e seguo Palomar che mi precede di qualche metro. Il tipo parla pochissimo inglese. Carichiamo i bagagli e partiamo.
Da quel poco che riusciamo a capire, lavora nelle Cameron Highlands, ma nel weekend torna ad Ipoh dalla famiglia. Dopo circa dieci chilometri accosta a lato della strada. Deve comprare qualcosa da portare a casa. 
Non spegne la macchina. Ci fa segno di aspettare dentro. Compie rapidamente l'operazione d'uscita dal veicolo. 
Fisso la chiave inserita. 
La pioggia non e' piu' leggera come prima.  Attraversa la strada di corsa, deformandosi alla nostra vista attraverso il vetro bagnato.

domenica 16 gennaio 2011

JUNGLE FEVER: stanza 101

Non do molta importanza ai primi crepitii. Cerco la posizione piu' ergonomica possibile, se di ergonmia si puo' parlare riguardo a un certo tipo di giacigli. La suggestione non mi da scampo e continuo a grattarmi il piede destro nella regione compresa tra il malleolo e il tendine d'Achille. Qualche minuto prima stavo combattendo con una emipingue sanguisuga che era penetrata all'interno del calzino e continuava a succhiare non so da quanto tempo, fino a quando una pioggia nebulizzata di DEET le era caduta addosso paralizzandola sul posto, un diavolo bagnato dall'acqua santa.Scaccio il cadavere di quell'essere con una schicchera, e dopo aver verificato che non vene fossero altre, mi sdraio cercando l'ispirazione per dormire.
All'interno del rifugio corre un filo bianco teso tra due dei sei letti a castello presenti. Uno dei due letti e' quello su cui dormo. Varie buste di plastica contenenti del cibo stanno sospese come palloncini pieni d'acqua in attesa di essere scoppiati da un bambino viziato e grasso al luna park.
Ai primi crepitii non voglio dare la giusta rilevanza. La lonely planet era stata chiara in merito. Sul cibo e su tutto il resto.
Pian piano il rumore diventa sempre piu' insistente. Lo percepisco a poche decine di centimetri dai miei piedi. Faccio finta con me stesso di far finta di nulla per qualche minuto, nella religiosa speranza di accorgermi improvvisamente che quel rumore che comincia ad essere ossessionante scompaia nel nulla. Sento freddo alle gambe, per cui decido di coprirmi con il k-way. Nel momento in cui lo sollevo dal letto per mettermelo addosso, mi sembra come se sopra ci fosse poggiato un oggetto, un grave dal peso lieve che schizza via non appena il k-way si stacca da terra.
Continuo a far finta di nulla, anche se in realta' continuo a far finta di farlo. Sgrullo la giacca per spazzar via dalla mente l'idea della presenza di quella cosa. Mi sdraio e comincio a prestare ascolto ai suoni intorno. Predispongo il mio sistema nervoso in funzione di quel rumore, mi pongo in difesa di me stesso facendo risuonare nella mia testa quel crepitare di buste che pendono come palloncini al luna-park, in attesa di essere svuotate da qualcosa, lo faccio riecheggiare [er anticiparlo, una sorta di assuefazione preliminare che serve ad addolcire l'impatto. Passa una decina di secondi, poi venti, alla fine quasi un minuto. Allento la tensione, il suono che mando in loop nelle mie orecchie quasi si smorza del tutto, quando lo scroscio riprende. Il raccordo della funzione che rappresenta il mio stato d'animo in un'intorno di quell'istante, di questo istante, e' cosi' poco regolare, cosi' poco dolce, che la spigolosita' del momento mi fa muovere di scatto, afferrare la luce e illuminare la sorgente di quel suono.
Per un momento sono nella stanza 101. Per quell'istante, per questo istante, sono Winston Smith.
Vedo un topo muoversi sul filo che cerca in tutti modi di rosicchiare quella porzione sufficiente di plastica atta a consentirgli di infilare gradualmente il suo muso all'interno di quello spazio cosi' vitale per lui.
Riprendo a far finta di far finta di nulla, spengo la luce e mi stendo per dormire. Il rumore prosegue, cosi' come tutto il resto. Dopo una decina di minuti, mi ci abituo quasi. A destra della mia testa, disposto perpendicolare rispetto agli assi di legno sui quali sono sdraiato, si trova un altro letto a castello. Il mio corpo e' disposto simmetricamente rispetto all'asse verticale del letto. Forse leggermente a destra. Fatto sta che dopo questi dieci minuti di realtiva tranquillita', qualcosa mi corre sul corpo, dal piede destro alla spalla destra, con lo stesso peso lieve ma inquietante dell'oggetto poggiato sopra il k-way.
Di nuovo stanza 101, Winston Smith, 27 anni prima (26 all'epoca dei fatti).
Comincio a passarmi le mani lungo il corpo a scacciare nuovamente piu' l'idea che l'oggetto concreto che l'ha innestata.
Per l'ennesimo volta riprendo il meccansismo dell'autoinganno. Mi sdraio spostandomi verso la parte sinistra del letto, nell'illusione che il topo mi avesse camminato sopra perche' gli ostruivo il percorso verso l'altro giaciglio, quqllo alla destra del mio. Non passano altri dieci minuti che l'evento si ripete altre due volte. Decido di scendere. Vado a sedermi sulla pnaca che sta in prossimita' della larga apertura sulla aprete del rifugio, predisposta all'osservazione degli animali durante la notte. Accendo di tanto in tanto la luce per verificare la presenza del nemico. Aspetto l'alba, lentamente.

mercoledì 5 gennaio 2011

JUNGLE FEVER: stand by me

Palomar mi dice di aver fotografato uno strano animale. Dice che sembra un piccolo verme e che si muove sul terreno come un dito che si flette e poi si stende.
Siamo gia' stanchi. Cominciamo a razionare la poca acqua che abbiamo con noi.
"Credo sia un verme. Non si muove strisciando per via delle dimensioni". Parlo senza prestare molta attenzione alla cosa.
Uno dei film che ha segnato la mia infanzia e' indubbiamente Stand by me. La storia di quattro adolescenti americani che si avventurano nei boschi circostanti la desolante provincia in cui vivono, sulle tracce di un presunto cadavere, piu' un pretesto che altro, un mezzo verso il fine ultimo della crescita spirituale. Un film genuino, diretto e con una profondita' emotiva che stordisce, arricchito da alcune scene memorabili: due su tutte: la sfrenata corsa sul ponte, e il guado della palude infestata da sanguisughe.
Ci fermiamo per una sosta vicino ad una roccia. Tiro fuori dallo zaino i terribili dolci energetici che abbiamo preso come provviste. Mi appoggio al masso per riposare un po' le gambe. In quel momento sento un lieve pizzico sull'indice della mano destra. Pongo il dito all'attenzione degli occhi che scorgono una specie di verme che sembra divertirsi a danzare sul polpastrello. Sara' lungo due o tre cm. Impiego qualche secondo per capire che in realta' non e' un verme, che non sta ballando sul mio dito, ma si sta contorcendo per conservare il giusto equilibrio per succhiarmi al meglio il sangue, essendo appunto una sanguisuga. Dico a Palomar di tirare fuori l'accendino. Lo prende dalla tasca dello zaino e l'accende vicino al parassita che gia' comincio a odiare. Il contatto con il calore lo fa saltare via.
Fosse stato per quel film, sarei morto convitno che le sanguisughe fossero sostanzialmente dei mitocondri visti attraverso la lente del microscopio. Diffidate del cinema.