Cammino tra gli scarti del mare cercando nature morte da fotografare. Mi soffermo su un cestino verde a forma di tronco di piramide. Un granchio giace al suo interno come un pipistrello, aggrappato tramite le chele alle maglie del reticolo di cui e'composto l'oggetto. La luce del sole rende il tutto cosi' invitante che tiro fuori la camera per fare una foto.
Cammino per un'altra ora abbondante, poi decido di tornare indietro. Il sole tiene strette a se' le nuvole concedendosi quel poco da imprimere una fotografia preturneriana alla porzione di spazio che compete al mio sguardo. Canto malamente Comfortably Numb in preda ad uno stato di gioia fulminante, mi sento sfamato dal mondo nello stesso modo in cui sento di nutrirlo, la stessa reciprocita' di due bambini che dondolano in controtempo l'uno rispetto all'altro su due altalene gemelle.
Scorro in semplicita' fino a quando a un centinaio di metri non scorgo la sagoma di un bambino. Porta con se' una grossa sacca grigia, di quelle utilizzate per contenere materiale per l'edficazione. Per quanto e' voluminosa la busta e per quanto e' piccolo il suo corpo, potrebbe farne la sua chioccia. Ogni quattro o cinque metri raccoglie qualche oggetto da terra, lo rigira su se' stesso osservandolo qualche istante. Talvolta lo ributta sulla sabbia, talvolta lo aggiunge al resto del raccolto. Avra' al massimo cinque anni. Ha gli occhi neri e la pelle bruciata.
La sua presenza su quella spiaggia di scarti ha la perfezione della lirica perversa, un canto stonato che stordisce la coscienza di chi, come me, come voi, miete suo malgrado vittime per ingrassare la carne di bisogni indotti.
La sua naturale collocazione su quella striscia sommersa di diseredati, oggetti respinti dal mare cosi' come dalla terra, vincolati a resistere ed esistere solamente su quel sottile limbo sabbioso, il fatto in se' che quella scena mi sembri cosi' naturale, e' gia' abbastanza per innescare un senso di colpa che mi annebbia la vista, da carnefice divengo vittima, i miei occhi si incrociano spontaneamente a decodificare lo stereogramma che mi si para di fronte, l'artificiosita' di una scansione morale oltre la genuinita' indotta e sistematica -nel senso di sistema- a cui gente come me, come voi, e' solita esser soggetta.
Il bambino non mi degna di uno sguardo, troppo intento a valutare l'oggetto di turno. Lo prende in mano, guarda al suo interno. Poi lo butta a terra in malo modo come a volerlo liberare da qualcosa che giace al suo interno. Raccoglie quel pezzo di natura morta e lo ripone nella sacca, riprendendo il cammino canticchiando indifferente. Cerco il suo sguardo con un sorriso macchiato di sangue, ma la sua realta' va ben oltre la mia.
Mi rimetto in moto con un passo svuotato, seguendo con lo sguardo quel granchio semimorto che avevo da poco fotografato.
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