martedì 12 aprile 2011

La dipartita di Palomar

Dovevo temperare una stupida matita. Era da tanto che non ne temperava uno. Cercai tra i cassetti, ma non trovai nulla. Misi le mani negli stessi posti innumerevoli volte.
Finii per arrendermi.
Il giorno seguente, sulla mensola della mia camera scorsi un temperino viola. Svenii all'istante e cominciai a sognare di banchetti lungo stradine rese vive dal calore della gente, di cadute su centimetri di fango, di paradisi perduti ma non troppo, e poi ancora di strani incontri casuali e di giorni di ozio ad oscillare su un'amaca, e di templi che sembravano esser lì da sempre.
Sognai tutto questo, fino a svegliarmi, con un vago ricordo nella testa.
Il ricordo di un compagno, di un amico, con il quale avevo lavato i panni sporchi assieme.

lunedì 14 marzo 2011

The Constant

La prima volta, ti avevo gia' incontrata.
Sei tornata indietro nel tempo, cosi' mi hai detto.
Sei venuta a trovarmi in un limbo costruito nel tempo nel tempo, un limbo da cui eri scappata, o da cui forse ero scappato io.
Mi hai detto che ti avevo detto che se le cose fossero andate in un certo modo, avresti dovuto viaggiare a lungo per avvisarmi di cio', per dirmi quello che ti avevo detto di dirmi.

La spiaggia e' bianca oggi, poche nuvole. Ti avvicini lentamente, piu' lenta degli scorsi giorni. Mi interrompi mentre leggo Ferdyturke. Ti avvicini con un foulard e una collana della stessa fantasia, gli occhiali in testa ti danno un tono che sa molto di Marla Singer felice nella sua impossibilita' di esserlo. Mi  guardi un istante, sbatti appena appena le palpebre in un gesto che vale una vita, e mi  dici che il mare e' troppo alto da giorni, pericolo tsunami.

Fottiti, Pol Pot

Se guardi bene quel giallo stantio,
puoi veder la sofferenza
accumulata in grumi,
una vernice che cola e si solidifica
intrappolando al suo interno l'odore di grida
che soltanto un cervello
sotto tortura
puo' immaginare di essere in grado di emanare.
Ossidate nel metallo
delle maglie dei letti,
delle scatole degli escrementi,
il sudore di ogni secondo,
fino alla morte.
Nelle foto,
impronte di zampe di galline,
avvoltoi attratti dall'odore
della morte
in fermento.
Nel cortile,
un attrezzo ginnico
trasformato
in strumento di tortura.
Le aule,
trasformate in celle.

Fottiti, Pol Pot.

La morte, atroce, inesorabile, assurda, lenta,
atroce.
Incomprensibile, congengnata da un fottuto pazzo furioso,
fottiti Pol Pot,
assieme ad altri fottuti pazzi furiosi,
Khmer Rouge di nome,
ma non di fatto.

Fottiti, Pol Pot,
non credo nell'inferno,
ma preghero' affinche' tu sia
l'eccezione
che conferma la regola.

Zombie

Mi decido per il fuoco, un po' per il fuoco in se, un po' per la bella thailandese che sta suonado la chitarra. Mi siedo accanto ad un ragazzo conosciuto poco prima, si chiama Perry, e ha gli occhi di chi e' gia' vissuto e sa sempre quale strada seguire. Alla mia destra siede un autoctono dal volto furbo e simpatico di chi si e' fatto le ossa durante gli anni dello splendore dei traffici di oppiacei nel cuore del cuore del golden triangle.
La ragazza suona davvero bene, trasmette un'emozione a cui anocra non so dar significato. Perry viaggia con i soldi messi da parte con la pesca, sei lunghi mesi in Alaska, alternati fra la vita in mare aperto e un piu' confortevole stanziamenteo sulla costa, e non so se mi sorprende piu' questo aspetto o il fatto che a 19 anni sembra saperne gia' molto. 
Di vita, si intende. 
Le mie orecchie fanno la spola tra l'uno e l'altro, tra l'australiano e l'indigeno, con quest'ultimo che mi dice che per la ragazza si tratta dell'ultimo giorno di un tirocinio di tre mesi volto alla formazione gastronomica in ambito di cucina aka. 
Ora so dare un siginificato a quell'energia. Perry mi da una gomitata sul fianco, io mi giro verso di lui perplesso, lui mi fa cenno di avvicinarmi con l'orecchio, mi dice di guardarla, sulle prime penso che gli interessi, ;o prendo un po' in giro, ma lui resta serio e con il dito mi fa segno di guardarle gli occhi. 
Piange. E' terribilmente bella e affascinante in quel pianto spontaneo, vivo, immaturo, tutta l'energia della sofferenza di una ventenne che e' all'ultimo giorno di scuola. Lei guarda Perry e qualcosa scorre tra loro in quell'istante, lo percepisco, lo guarda e gli dice di cantare assieme. Comincia a strimpellare degli accordi comodamente sepolti nella mia memoria, suoni che sanno di bombe ed Irlande del Nord. 
Cantiamo tutti assieme, e piu' il suono si fortifica intorno a quel fuoco spontaneo, quel fuoco che si accende e si spegne in pochi minuti, piu' le lacrime fluiscono veloci dai suoi occhi. Faccio un giro di sguardi, attento a far rimanere i miei occhi semplicemente lucidi, e lo giuro, nessuno, lo giuro, e' riuscito a dissimulare quel rossore incontrollabile che rende l'uomo un vero uomo, come mi disse una volta un piccolo grande saggio.

Pret a porter

La voce e' di quelle smunte e contratte da pomo d'adamo rialzato ad adagiarsi su una pappagorgia che immagino priva di peli. 
La voce di lui. 
La voce di lei e' di quelli soavi e leggermente eccitanti da gatta morta che accentua decisamente una lieve ubriacatura. 
Passi e porte che sbattono si susseguono nel corridoio. La curiosita' mi spinge a lavarmi i denti, un pretesto assecondato oltre la noncurante pigrizia che rovina le bocche di tanti giovincelli.
Esco dalla porta e mi dirigo al bagno. Il lavandino piu' distante ospita una borsa antiquata e noiosa dalla fantasia che piace tanto a un certo tipo di zie alla lontana, di quelle con un neo peloso sulla punta del naso che raschieresti via volentieri con una raspa arruginita, una volte per tutte. Nell'altro lavandino giace lo specchio che normalmente la gente usa per la pulizia del naso mattutina. Nel mezzo sta la donna dalla voce soave, si specchia assumendo le tipiche posizioni di chi si sta provando un vestito ocra da impiegato che abusa di lsd, con il tipo dalla voce strozzata che le da consigli come un commesso di un negozio prossimo alla liquefazione.
E' l'una di notte. L'allucinato provino sta avvenendo nel bagno della new merry guesthouse. Chiedo gentilmente alla donna di trasferire altrove la borsa. Mi avvicino al lavandino e comincio ad osservare la scena di riflesso, mentre mi lavo i denti. Alterno la messa a fuoco fra la coppia e la superficie di vetro. 
Mi lavo i denti come mai nella mia vita, cerco di prender tempo per poter osservare il piu' possibile quella straordinaria performance. Saro' gia' alla decima pulita dei molari superiori, quando i due escono dal bagno e si dirigono verso la camera di lei. Sciacquo rapidamente la bocca e rientro in stanza, pronto per dormire. Attraverso il muro continuano a giungere le voci dei due che discutono animatamente di orari, con la donna che di tanto in tanto sembrerebbe nominare la parola polizia.

domenica 13 marzo 2011

In bloom

Fili elettrici, gente che fuma, l'immortalita' e' di chi nasce gridando, esprimi un istinto, non importa la scelta, esprimi un istinto, non esiste scelta che risolva, tanto meno una soluzione da scegliere, le fughe son tracciate, rintraccia l'odore, seguine la scia di catrame che lascia e non morire serpeggiando inutilmente, non siam fatti per refluire.

martedì 8 marzo 2011

Fake plastic trees

Cammino tra gli scarti del mare cercando nature morte da fotografare. Mi soffermo su un cestino verde a forma di tronco di piramide. Un granchio giace al suo interno come un pipistrello, aggrappato tramite le chele alle maglie del reticolo di cui e'composto l'oggetto. La luce del sole rende il tutto cosi' invitante che tiro fuori la camera per fare una foto. 
Cammino per un'altra ora abbondante, poi decido di tornare indietro. Il sole tiene strette a se' le nuvole concedendosi quel poco da imprimere una fotografia preturneriana alla porzione di spazio che compete al mio sguardo. Canto malamente Comfortably Numb in preda ad uno stato di gioia fulminante, mi sento sfamato dal mondo nello stesso modo in cui sento di nutrirlo, la stessa reciprocita' di due bambini che dondolano in controtempo l'uno rispetto all'altro su due altalene gemelle.
Scorro in semplicita' fino a quando a un centinaio di metri non scorgo la sagoma di un bambino. Porta con se' una grossa sacca grigia, di quelle utilizzate per contenere materiale per l'edficazione. Per quanto e' voluminosa la busta e per quanto e' piccolo il suo corpo, potrebbe farne la sua chioccia. Ogni quattro o cinque metri raccoglie qualche oggetto da terra, lo rigira su se' stesso osservandolo qualche istante. Talvolta lo ributta sulla sabbia, talvolta lo aggiunge al resto del raccolto. Avra' al massimo cinque anni. Ha gli occhi neri e la pelle bruciata.
La sua presenza su quella spiaggia di scarti ha la perfezione della lirica perversa, un canto stonato che stordisce la coscienza di chi, come me, come voi, miete suo malgrado vittime per ingrassare la carne di bisogni indotti. 
La sua naturale collocazione su quella striscia sommersa di diseredati, oggetti respinti dal mare cosi' come dalla terra, vincolati a resistere ed esistere solamente su quel sottile limbo sabbioso, il fatto in se' che quella scena mi sembri cosi' naturale, e' gia' abbastanza per innescare un senso di colpa che mi annebbia la vista, da carnefice divengo vittima, i miei occhi si incrociano spontaneamente a decodificare lo stereogramma che mi si para di fronte, l'artificiosita' di una scansione morale oltre la genuinita' indotta e sistematica -nel senso di sistema- a cui gente come me, come voi, e' solita esser soggetta. 
Il bambino non mi degna di uno sguardo, troppo intento a valutare l'oggetto di turno. Lo prende in mano, guarda al suo interno. Poi lo butta a terra in malo modo come a volerlo liberare da qualcosa che giace al suo interno. Raccoglie quel pezzo di natura morta e lo ripone nella sacca, riprendendo il cammino canticchiando indifferente. Cerco il suo sguardo con un sorriso macchiato di sangue, ma la sua realta' va ben oltre la mia. 
Mi rimetto in moto con un passo svuotato, seguendo con lo sguardo quel granchio semimorto che avevo da poco fotografato.