lunedì 14 marzo 2011

The Constant

La prima volta, ti avevo gia' incontrata.
Sei tornata indietro nel tempo, cosi' mi hai detto.
Sei venuta a trovarmi in un limbo costruito nel tempo nel tempo, un limbo da cui eri scappata, o da cui forse ero scappato io.
Mi hai detto che ti avevo detto che se le cose fossero andate in un certo modo, avresti dovuto viaggiare a lungo per avvisarmi di cio', per dirmi quello che ti avevo detto di dirmi.

La spiaggia e' bianca oggi, poche nuvole. Ti avvicini lentamente, piu' lenta degli scorsi giorni. Mi interrompi mentre leggo Ferdyturke. Ti avvicini con un foulard e una collana della stessa fantasia, gli occhiali in testa ti danno un tono che sa molto di Marla Singer felice nella sua impossibilita' di esserlo. Mi  guardi un istante, sbatti appena appena le palpebre in un gesto che vale una vita, e mi  dici che il mare e' troppo alto da giorni, pericolo tsunami.

Fottiti, Pol Pot

Se guardi bene quel giallo stantio,
puoi veder la sofferenza
accumulata in grumi,
una vernice che cola e si solidifica
intrappolando al suo interno l'odore di grida
che soltanto un cervello
sotto tortura
puo' immaginare di essere in grado di emanare.
Ossidate nel metallo
delle maglie dei letti,
delle scatole degli escrementi,
il sudore di ogni secondo,
fino alla morte.
Nelle foto,
impronte di zampe di galline,
avvoltoi attratti dall'odore
della morte
in fermento.
Nel cortile,
un attrezzo ginnico
trasformato
in strumento di tortura.
Le aule,
trasformate in celle.

Fottiti, Pol Pot.

La morte, atroce, inesorabile, assurda, lenta,
atroce.
Incomprensibile, congengnata da un fottuto pazzo furioso,
fottiti Pol Pot,
assieme ad altri fottuti pazzi furiosi,
Khmer Rouge di nome,
ma non di fatto.

Fottiti, Pol Pot,
non credo nell'inferno,
ma preghero' affinche' tu sia
l'eccezione
che conferma la regola.

Zombie

Mi decido per il fuoco, un po' per il fuoco in se, un po' per la bella thailandese che sta suonado la chitarra. Mi siedo accanto ad un ragazzo conosciuto poco prima, si chiama Perry, e ha gli occhi di chi e' gia' vissuto e sa sempre quale strada seguire. Alla mia destra siede un autoctono dal volto furbo e simpatico di chi si e' fatto le ossa durante gli anni dello splendore dei traffici di oppiacei nel cuore del cuore del golden triangle.
La ragazza suona davvero bene, trasmette un'emozione a cui anocra non so dar significato. Perry viaggia con i soldi messi da parte con la pesca, sei lunghi mesi in Alaska, alternati fra la vita in mare aperto e un piu' confortevole stanziamenteo sulla costa, e non so se mi sorprende piu' questo aspetto o il fatto che a 19 anni sembra saperne gia' molto. 
Di vita, si intende. 
Le mie orecchie fanno la spola tra l'uno e l'altro, tra l'australiano e l'indigeno, con quest'ultimo che mi dice che per la ragazza si tratta dell'ultimo giorno di un tirocinio di tre mesi volto alla formazione gastronomica in ambito di cucina aka. 
Ora so dare un siginificato a quell'energia. Perry mi da una gomitata sul fianco, io mi giro verso di lui perplesso, lui mi fa cenno di avvicinarmi con l'orecchio, mi dice di guardarla, sulle prime penso che gli interessi, ;o prendo un po' in giro, ma lui resta serio e con il dito mi fa segno di guardarle gli occhi. 
Piange. E' terribilmente bella e affascinante in quel pianto spontaneo, vivo, immaturo, tutta l'energia della sofferenza di una ventenne che e' all'ultimo giorno di scuola. Lei guarda Perry e qualcosa scorre tra loro in quell'istante, lo percepisco, lo guarda e gli dice di cantare assieme. Comincia a strimpellare degli accordi comodamente sepolti nella mia memoria, suoni che sanno di bombe ed Irlande del Nord. 
Cantiamo tutti assieme, e piu' il suono si fortifica intorno a quel fuoco spontaneo, quel fuoco che si accende e si spegne in pochi minuti, piu' le lacrime fluiscono veloci dai suoi occhi. Faccio un giro di sguardi, attento a far rimanere i miei occhi semplicemente lucidi, e lo giuro, nessuno, lo giuro, e' riuscito a dissimulare quel rossore incontrollabile che rende l'uomo un vero uomo, come mi disse una volta un piccolo grande saggio.

Pret a porter

La voce e' di quelle smunte e contratte da pomo d'adamo rialzato ad adagiarsi su una pappagorgia che immagino priva di peli. 
La voce di lui. 
La voce di lei e' di quelli soavi e leggermente eccitanti da gatta morta che accentua decisamente una lieve ubriacatura. 
Passi e porte che sbattono si susseguono nel corridoio. La curiosita' mi spinge a lavarmi i denti, un pretesto assecondato oltre la noncurante pigrizia che rovina le bocche di tanti giovincelli.
Esco dalla porta e mi dirigo al bagno. Il lavandino piu' distante ospita una borsa antiquata e noiosa dalla fantasia che piace tanto a un certo tipo di zie alla lontana, di quelle con un neo peloso sulla punta del naso che raschieresti via volentieri con una raspa arruginita, una volte per tutte. Nell'altro lavandino giace lo specchio che normalmente la gente usa per la pulizia del naso mattutina. Nel mezzo sta la donna dalla voce soave, si specchia assumendo le tipiche posizioni di chi si sta provando un vestito ocra da impiegato che abusa di lsd, con il tipo dalla voce strozzata che le da consigli come un commesso di un negozio prossimo alla liquefazione.
E' l'una di notte. L'allucinato provino sta avvenendo nel bagno della new merry guesthouse. Chiedo gentilmente alla donna di trasferire altrove la borsa. Mi avvicino al lavandino e comincio ad osservare la scena di riflesso, mentre mi lavo i denti. Alterno la messa a fuoco fra la coppia e la superficie di vetro. 
Mi lavo i denti come mai nella mia vita, cerco di prender tempo per poter osservare il piu' possibile quella straordinaria performance. Saro' gia' alla decima pulita dei molari superiori, quando i due escono dal bagno e si dirigono verso la camera di lei. Sciacquo rapidamente la bocca e rientro in stanza, pronto per dormire. Attraverso il muro continuano a giungere le voci dei due che discutono animatamente di orari, con la donna che di tanto in tanto sembrerebbe nominare la parola polizia.

domenica 13 marzo 2011

In bloom

Fili elettrici, gente che fuma, l'immortalita' e' di chi nasce gridando, esprimi un istinto, non importa la scelta, esprimi un istinto, non esiste scelta che risolva, tanto meno una soluzione da scegliere, le fughe son tracciate, rintraccia l'odore, seguine la scia di catrame che lascia e non morire serpeggiando inutilmente, non siam fatti per refluire.

martedì 8 marzo 2011

Fake plastic trees

Cammino tra gli scarti del mare cercando nature morte da fotografare. Mi soffermo su un cestino verde a forma di tronco di piramide. Un granchio giace al suo interno come un pipistrello, aggrappato tramite le chele alle maglie del reticolo di cui e'composto l'oggetto. La luce del sole rende il tutto cosi' invitante che tiro fuori la camera per fare una foto. 
Cammino per un'altra ora abbondante, poi decido di tornare indietro. Il sole tiene strette a se' le nuvole concedendosi quel poco da imprimere una fotografia preturneriana alla porzione di spazio che compete al mio sguardo. Canto malamente Comfortably Numb in preda ad uno stato di gioia fulminante, mi sento sfamato dal mondo nello stesso modo in cui sento di nutrirlo, la stessa reciprocita' di due bambini che dondolano in controtempo l'uno rispetto all'altro su due altalene gemelle.
Scorro in semplicita' fino a quando a un centinaio di metri non scorgo la sagoma di un bambino. Porta con se' una grossa sacca grigia, di quelle utilizzate per contenere materiale per l'edficazione. Per quanto e' voluminosa la busta e per quanto e' piccolo il suo corpo, potrebbe farne la sua chioccia. Ogni quattro o cinque metri raccoglie qualche oggetto da terra, lo rigira su se' stesso osservandolo qualche istante. Talvolta lo ributta sulla sabbia, talvolta lo aggiunge al resto del raccolto. Avra' al massimo cinque anni. Ha gli occhi neri e la pelle bruciata.
La sua presenza su quella spiaggia di scarti ha la perfezione della lirica perversa, un canto stonato che stordisce la coscienza di chi, come me, come voi, miete suo malgrado vittime per ingrassare la carne di bisogni indotti. 
La sua naturale collocazione su quella striscia sommersa di diseredati, oggetti respinti dal mare cosi' come dalla terra, vincolati a resistere ed esistere solamente su quel sottile limbo sabbioso, il fatto in se' che quella scena mi sembri cosi' naturale, e' gia' abbastanza per innescare un senso di colpa che mi annebbia la vista, da carnefice divengo vittima, i miei occhi si incrociano spontaneamente a decodificare lo stereogramma che mi si para di fronte, l'artificiosita' di una scansione morale oltre la genuinita' indotta e sistematica -nel senso di sistema- a cui gente come me, come voi, e' solita esser soggetta. 
Il bambino non mi degna di uno sguardo, troppo intento a valutare l'oggetto di turno. Lo prende in mano, guarda al suo interno. Poi lo butta a terra in malo modo come a volerlo liberare da qualcosa che giace al suo interno. Raccoglie quel pezzo di natura morta e lo ripone nella sacca, riprendendo il cammino canticchiando indifferente. Cerco il suo sguardo con un sorriso macchiato di sangue, ma la sua realta' va ben oltre la mia. 
Mi rimetto in moto con un passo svuotato, seguendo con lo sguardo quel granchio semimorto che avevo da poco fotografato.

venerdì 4 marzo 2011

Dr. Manhattan

Scorro rapidamente il cursore, immagini random che non seguono la linea temporale, la traccia che ho lasciato dietro di me in questi tre mesi, Malesia Thailandia Laos Cambogia, kuala lumpur taman negara cameron highlands pulau pinang hat yai phuket surin islands ko tao bangkok ayutthaya sukhothai chiang mai chiang rai houei xai luang nam tha muang sing luang prabang vientiane kong lo cave thakeh savanaketh pakse si phan don phnom penh otres beach...
Rivivo i momenti attraverso un paesaggio o un primo piano, e ogni salto temporale e' un sussulto al cuore, come quando imposti shuffle su un cd che contiene cento canzoni che adori e che non ascolti da una vita, perche' da quel 14 dicembre ogni giorno trascorso e'una vita a se', ogni giorno nasce e finisce li', senza raccordi, l'anima centrifugata e macellata in tanti filamenti, non c'e' dimensione nel viaggio, il tempo si dissolve in una serie di piani paralleli che scorrono indipendentemente l'uno dall'altro, schizofrenia temporale la definirebbe lo psichiatra del Caos. Anche i sentimenti sembrano frammentarsi, non riescono piu' a metter radici, non ne hanno il tempo. 
Non ne hanno il tempo.
Ho il corpo ricoperto di ferite, ricoperte a loro volta da uno strato di sale inspessito e calcificato, ma non riesco a percerpire il dolore, se non una parte infinitesimale di pelle alla volta. 
E mentre scrivo tutto questo su uno stupido letto con un lenzuolo imbrattato di snoopy, la mia pelle sta diventando sempre piu' blu.

Bella ciao

Un suono sterile quanto una fabbrica dismessa apre lentamente, ma inesorabilmente, uno squarcio nella sottile pellicola temporale che separa i giorni, un rumore cosi' insignificante e impiegatizio che la memoria non gli concede neanche un bit di ospitalita'. 
Chiang Rai e'invasa da un sole che non tradisce eventi, una di quelle giornate che sanno molto di Truman show. Spengo la sveglia del cellulare per concedermi altri tre o quattro minuti di ristoro, dopo una notte passata a far finta di rilassarmi per prender sonno. Kemal si alza qualche minuto prima di me. Lascia la luce accesa per non disturbare i miei occhi serrati, e si dirige verso il bagno con il passo deciso di un uomo che sembra non aver mai indugiato nel sedere sul bordo del letto, il corpo ancora intorpidito dal sonno e gli occhi raschiati dalla calcificazione notturna di lacrime silenziose. Si chiude la porta alle spalle. Qualche secondo e uno scroscio d'acqua comincia a bagnare il pavimento. Il getto si interrompe una sola volta, cosa inevitabile considerata la calvizie del turco. Dopo qualche minuto la porta si apre e Kemal sfila verso il suo zaino. Aspetto un altro minuto per smettere di far finta di provare a dormire, e do il buongiorno al compagno di stanza, che mi risponde con lo stesso calore che gli colora gli occhi. 
Io e Kemal ci siamoritrovati a condividere la stanza e qualche giorno di viaggio senza troppo preliminari. Non ci e' mai stato ghiaccio da sciogliere tra noi, una di quelle cose per cui vale davvero la pena viaggiare. 
Vado al bagno per risvegliare il corpo con una doccia. Quando esco trovo Kemal a mangiare seduto sul materasso. Tiro fuori da una busta di plastica pane in cassetta e marmellata. Prendo il coltello e lo sterilizzo con l'accendino. Preparo una fetta per me e una da offrire al turco, che indugia nel complimento per qualche istante per poi accettare con il sorriso negli occhi. Kemal mi offre delle noci. Dice che le ha portate dalla Turchia, provengono direttamente dal suo orto.E' un uomo legato alle sue origini, allo stesso modo in cui e' famelico di esplorare l'altro.
Finito di mangiare, si alza e va nuovamente al bagno. Stavolta lascia la porta semiaperta, fatto che mi permette di sentire ancora meglio il rumore di un getto d'acqua dal flusso piu' intenso e raccolto, derivante dal tubo che nel sud-est asiatico usano come surrogato del bidet. Non riesco a capire cosa stia facendo, l'unica cosa che mi viene in mente e' che stia pulendo il pavimento. Qualche minuto e mi sento chiamare. Seguo il suono a ritroso e trovo il turco con un piede appoggiato sul  bordo del sanitario, che sta sciacquando la scarpa e l'estremita' del pantalone per i piccoli rimasugli di terra appiccicati. E' ossessionato dalla pulizia dei piedi. 
"Andrea, cantami una canzone tipica del tuo paese".
Ci penso qualche secondo, fino a quando non me ne viene in mente una, ma continuo a scandagliare per un'altra decina di secondi fino a quando non mi decido per la prima.
Non ho mai sopportato la retorica che impoverisce normalizzando alcuni aspetti dell'antifascismo italiano, ma con la mente e il corpo cosi' lontani dall'Italia, una canzone come Bella ciao riacquista tutto il fascino e l'importanza che aveva in origine. Comincio a cantare senza alcuna remora, mentre Kemal sorride senza guardarmi, e nel frattempo continua a pulirsi le scarpe. Sono li', con la spalla appoggiata allo stipite della porta, a cantare a dir tanto per la decima volta in vita mia Bella Ciao ad un turco in Thailandia. 
Al secondo ritornello mi interrompo. 
"Ora sta a te".
Kemal ci pensa un po', ma in realta' e' solo un'impressione, sa gia' benissimo cosa cantera'. E quando la sua voce comincia a dar vita a quel bagno, a conferirgli un'atmosfera come solo la musica puo' fare, qualcosa in me si scioglie, e a stento tratengo le lacrime. L'energia nella melodia e nel suono di parole che non comprendo, contamina la sterilita' dell'ambiente in cui ci troviamo. 
Si ferma una prima volta per un tempo sufficiente da far sorgere in me un convinto e genuino dispiacere nel credere che sia gia' finita, per poi riattaccare in modo ancor piu' dirompente, grazie proprio al silenzio instaurato. 
Me ne devo andare, perche' in realta' ho mentito. Quel pizzico di ghiaccio che ancora giaceva tra noi, ora si sta sciogliendo e lentamente comincia a colare dai miei occhi, ormai giunti oltre il punto di non ritorno.

martedì 1 marzo 2011

Lola corre

Nella penombra languida e sottile di una guesthouse qualsiasi in ayuthaia sergio cuvato si muove come un crononauta che non sa di viaggiare nel tempo.
Il viale stordisce bruciandoti di cemento appassito evanescente, le vetrine dei negozi slittano come rulli di slot machines che indugiano un po'troppo fino a quando il tempo non si rompe arrestando lo spazio e in una vetrina qualsiasi, ma in fondo esattamente in quella, ristaglia límmagine di uno splendido gigante buono di soprannome Indra, uno di quelli che sceglieresti come hug partner in uno dei primi cinque incontri dellássociazione malati di cancro ai testicoli.
La settimana a bangkok sta finendo di gocciolarmi in testa mentre cammino in un vicolo dai passi inflazionati e scorro al fianco di un trio da cui esce il classico accento italiano di un italiano che parla bene inglese, e io mi giro, mi volto istantaneamente quanto istintivamente e scorgo Enea dagli occhi abbronzati da un verde illegale.
Incontri una persona, ne perdi le tracce per ritrovarle nel labirintico mercato di Bangkok, perdersi ancora, fortunatamente, per incrociarsi nuovamente in Laos, in unáltra dimensione ed il suo nome e'sempre annalisa, con la sua voglia di intrattenersi oltre misura, e tutto questo sembra non aver mai fine, perdersi e ritorvarsi ancorauna voltain Don Det, ma la prossima volta lo giuro avro'i baffi e gli occhiali scuri.
Nella giungla malesiana la loro fama le precede, assieme ai loro passi, seguiti fino al rifugio, due ragazze olandesi solari e svampite e dalle battute incomprensibiliche si materializzano una seconda volta nella coltre di nebbia delle cameron highlands, in un contesto che avra'sempre la fotografia di un film noir anni 50.
Bamglampu, strusciamo alla ricerca del tempo che non avanza, tempo perduto in tutti i sensi tranne in quello di scorgere una coppia di francesi fricchettoni, lui il classico pirata mancato, pizzetto che da l'impronta, tricocagionevole dallo sguardo nero e indagatorio, lei sensuale dal naso pronunciato e gli occhi attraenti, con un pizzico di ingenuita'di chi tarda ad invecchiarsi, li intravedo arenati su due birre in un locale di khao san, in una sera di fine gennaio. 
E tutte quella serie sterminata di amici mancati, persone che nascono e muoiono sconosciute, dritti nel girone dei binari morti.
E quando il tempo se ne lava le mani, ecco che interviene la tecnologia, con un fotogramma visionato in vientiane e scattato in luang prabang, in cui compare un ragazzo nato coi baffi e láccento toscano, incrociato sulla sabbia di Don Det, sotto un sole che fa bollire a rilento il sangue. 
Energie? Si, forse.
Ma sporattutto, Lonely Planet.