martedì 28 dicembre 2010

Inception

La bassa marea scopre la gonna mostrando un sottobosco sabbioso tagliato da scanalature che sembrano fiumi visti dall`aereo. La pioggia cade lenta sul quaderno su cui sto scrivendo scrivendo, diluendo l`inchiostro che nervosamente adersice al foglio. 
I grattacieli hanno soppiantato gli alberi. 
In sottofondo un suono frastagliato si dissolve nell`atmosfera senza alcuna soluzione di continuita`.
In lontananza scorgo la sagoma di un vecchio. Si avvicina a passi lenti con un ombrello che non gli si addice affatto. Sono seduto su una panchina di fronte un mare putrescente. Gli ultimi scampoli di natura che lentamente agonizzano alla stregua di torri illuminate che rispecchiano il loro grigiore opulento nello specchio decadente che giace ai loro piedi. 
Nell`istante in cui mi passa davanti, il vecchio si intende, lo guardo aspettando che si volti verso la sua sinistra, alla ricerca di un`espressione amichevole. Ha tutta l`aria di essersi perso nel limbo da anni. 
Indossa dei sandali troppo stretti per il suo piede.
Non si volta. Mi sfila accanto indifferente a se` stesso cosi` come allo spazio cinereo che lo contiene.  Fa altri cinque o sei passi e si gira. Deve essersi ricordato di aver dimenticato una cosa importante.

Automated teller men

Persone sedute ai tavoli che comunicano come i ventilatori che girano sopre le loro teste. Flussi scorrono lungo pavimenti piastrellati di grigio. Falsamente sospesi a mezz`aria grumi di palloncini bianchi in colonne da sei. In appendice una formazione parastellare. 
La gente non parla. Non c'e` attrito perche` non c'e` contatto. Lo spazio e` navigato da suonerie di videogiochi remixate su un rumore di fondo non distillabile. 
Ognuno esercita la sua funzione.

giovedì 23 dicembre 2010

JUNGLE FEVER: l`insulina

Mi sto dirigendo al bagno per lavarmi, quando ripenso all`insulina. 
Un senso di dispiacere si tramuta rapidamente in lieve senso di colpa che ritorna ad essere dispiacere per divenire infine qualcosa di piu` profondo.
Una coincidenza puo` esser tale o puo` rappresentare altro. Continuo a credere che il caso sia il caso, e che il fato non esista. Ma il tempo sta cercando di scrostare quell`inossidabile centimetro di scetticismo color ruggine. Forse perche` il calore nero del cane sacro comincia ad arrossarmi la pelle del collo.
Torniamo all`insulina. 
Stiamo navigando lungo il fiume che scorre all`interno della foresta di Taman Negara, da Kuala Tembeling a Kuala Tahan.
Io e Palomar parliamo di rapporti atipici. Mi racconta di un suo compagno del liceo, un ragazzo completamente differente da lui, con il quale saltuariamente si divertiva a passare il tempo. Ai nostri lati scorre lento e imperituro un coacervo denso di verde. 
"Poi lo sai, no, che ha il diabete?"
Lo guardo sorpreso. "No".
"Da quando e` piccolo. Si faceva le iniezioni in classe, durante la lezione".
Rimango in silenzio. L`immagine che avevo del ragazzo, quella sagoma sfocata che circonda ogni essenza esterna alla nostra, muta improvvisamente. Ma non varia nella forma, tantomeno nel colore. 
Varia l`energia che emette.
Il discorso si chiude li`.
L`imbarcazione su cui viaggiamo e` lunga una decina di metri. In larghezza non piu` di due. Siamo seduti su dei cuscini che poggiano direttamente sul fondo della barca. Seduto davanti a noi sta un ragazzo che ci sorprende parlandoci in italiano. E` spagnolo e si chiama Ignasi. Il suo sguardo e` dolce e cordiale. Quando approdiamo a Kuala Tahan cerchiamo assieme un posto dove dormire. 
Io, Palomar e Ignasi.
Dopo due tentativi andati a vuoto, finalmente troviamo un dormitorio a basso prezzo. Mangiamo qualcosa e torniamo alla guesthouse. Ignasi sistema con cura la zanzariera. Alloggiamo in un stanza da quattro, letti a castello. Dormo intensamente per qualche ora, poi comincio a rigirarmi nel letto. Palomar si alza dal suo giaciglio, prende lo zaino ed esce dalla stanza. Non riesce piu` a dormire.
Verso le 9 mi alzo. Vado a fare colazione. Palomar e` gia` li` da qualche ora. Dopo qualche minuto arriva anche Ignasi. Prende del pane e ci spalma sopra della marmellata. Il filo della conversazione si spezza di continuo.
Decido di infondere altro te nella mia tazza. Mi alzo e lo riempio d`acqua. Mi risiedo. E` a questo punto che Ignasi si alza la maglietta di quel tanto da potersi iniettare la siringa che ha nella mano sinistra. Palomar gli chiede se e` insulina. Ignasi risponde di si. Comincia a dare delucidazioni sull`argomento, ma lo fa in inglese, e non capisco molto. 
Di nuovo la sagoma che muta. 
Ci alziamo per andare a prepararci. Tiro fuori dallo zaino l`occorrente per lavarmi. Cammino sul mattonato verso i bagni attento a non cadere.





martedì 21 dicembre 2010

Chinatown

Sono da poco a Kuala Lumpur. La citta` e' una continua contraddizione. Sembra che tutto scorra perche' debba farlo in ogni caso. Giro confuso seguendo Federico. Il corpo stanco per il viaggio e per i postumi della serata cyberdinamica di sabato. 
La via scorre sotto i miei piedi trascinandosi dietro il resto. Corpi, oggetti, odori. Camminiamo lungo il viale del mercato. Cerchiamo un posto dove managiare. Mi sento come un cane ad un concerto.
Per stasera mi lascio guidare. 
Ci fermiamo ad un chiosco. Animali di cui resta solamente la pelle sono appesi a dei ganci. Polli, sembrerebbe. 
Ordiniamo due zuppe. Sguazzano come serpenti confusi degli spaghetti. Con il cucchiaio scovo il resto della sorpresa. Pezzi di carne bollita. E degli oggetti sferici che fanno pensare esattamente a quello. 
Ci guardiamo. Ridiamo.
"Mangio tutto, ma certe cose proprio non ci riesco".
"Magari sono occhi".
In certe situazioni cerco di essere il piu` possibile ottimista. Ai limiti della stupidita`.
Chiediamo alla tipa che adesca i clienti e che ha adescato anche noi.
"Balls. Big balls". Ride.
Ne assaggio una, memore di racconti passati sulla prelibatezza di certi testicoli. 
Niente di speciale, nel bene e nel male. 
Diamo sempre troppo peso a certe cose.

monitor

Due cose non dimentichero` sicuramente dell'Egypt air. Probabilmente tre.
Nei pochi istanti che precedono la partenza, dagli schermi penzolanti dal soffitto viene trasmesso un messaggio vocale accompagnato da una scritta. La voce che parla lo fa in arabo, in un tono non cosi` distante dal salmodiare, con un leggero riverbero che sa di minareto in un centro commerciale.
Questa era la prima. La seconda ha a che fare con la pubblicita` ingannevole. 
Durante la fase di imbarco a bordo, mentre i passeggeri stanno sistemando il loro bagaglio a mano in quella fase cerimoniale che assomiglia ad un tetris arruginito, nella quale in conformita` alle ristrettezze del corridoio si assumono posizioni cosi` goffe e precarie per le quali nessuno vorrebbe rivedersi dall'esterno, quando il tetris si e` trasferito dal corridoio ai vani per i bagagli, proprio in quell'istante cominciano a scorrere le immagini di uno spot pubblicitario della compagnia. In una fantomatica prima classe dagli spazi siderali, che contera` al massimo dieci posti in tutto, c'e` un corpulento uomo di colore dall'inestinguibile piglio manageriale, che padroneggia la tastiera alla stregua del miglior Kerouac - come rivelatomi da un confidente che indichero` con AB per questioni di privacy, piu` che come scrittore, il beater deve la sua fama all'epilessia delle sue dita, capaci di portare a termine la prima stesura di On the road in appena tre giorni- fino a quando, colto da un improvviso sonno letargico, ripone il pc nell'apposito spazio accanto al sedile e, dopo aver steso lo schienale parallelamente al pavimento, si sdraia su un lato come una dolce creatura che tutti vorrebbero accudire. 
E nel momento in cui tutti pensano che la pubblicita` sia terminata, ecco il prestigio: dalla parte destra dello schermo, come attivata da un sesto senso materno, ecco comparire una splendida hostess che copre con premura il cucciolo 190 cm x 100 kg con una plaid dal colore incerto.

Transfert

Siedo su un anonima poltrona rossa. Sono in attesa nel limbo aeroportuale. Degli uomini in tuta blu si prendono cura della ristrutturazione di un negozio di ottica. La vetrata che ho alle spalle e` un quadro industriale in movimento. Delle gru ruotano intorno al loro asse come se dovessero legittimare la loro esistenza. In fondo le cose esistono solo quando funzionano. Di sfondo le scie diagonali degli aerei mi fanno oscillare tra l'ansia e l'assuefazione. Sono fermo in attesa di qualcosa.

domenica 12 dicembre 2010

Topografia grigia

Post di prova. 

Leggere rigorosamente col metodo di lettura orientativa

http://it.wikipedia.org/wiki/Lettura_orientativa 
(per gli wikirimastini)


Alla fin fine è sempre una questione di riduzioni. Osserviamo e riduciamo in scala.
Ognuno con la sua rassicurante cartina geografica disegnata nella mente. Rassicurante perchè quantomeno lo raffigura.
Traccia bene i contorni, delinea le coste, scegli accuratamente la giusta sfumatura di blu per il mare.
Renderizza il tutto e manda in stampa. A questo punto non resta altro da fare che impacchettare il cervello con il disegno prodotto, avvolto stretto e aderente a quella castagna di materia grigia come carta stagnola intorno a un panino. E quello siamo.
Il problema è che tutto ciò ha poco a che fare con l'autocoscienza.
Esula dalla percezione che abbiamo di noi quanto la foto di una foto di un occhio è lontana dal rappresentare l'occhio stesso. Siamo noi che guardiamo gli altri che guardano noi.
Così come una porzione della supreficie terrestre rappresentata in scala non è altro che sè stessa che si guarda attraverso gli occhi di un osservatore che solca il suolo lunare.
Vabè, la supercazzola è finita. Tra poco si va.