Un suono sterile quanto una fabbrica dismessa apre lentamente, ma inesorabilmente, uno squarcio nella sottile pellicola temporale che separa i giorni, un rumore cosi' insignificante e impiegatizio che la memoria non gli concede neanche un bit di ospitalita'.
Chiang Rai e'invasa da un sole che non tradisce eventi, una di quelle giornate che sanno molto di Truman show. Spengo la sveglia del cellulare per concedermi altri tre o quattro minuti di ristoro, dopo una notte passata a far finta di rilassarmi per prender sonno. Kemal si alza qualche minuto prima di me. Lascia la luce accesa per non disturbare i miei occhi serrati, e si dirige verso il bagno con il passo deciso di un uomo che sembra non aver mai indugiato nel sedere sul bordo del letto, il corpo ancora intorpidito dal sonno e gli occhi raschiati dalla calcificazione notturna di lacrime silenziose. Si chiude la porta alle spalle. Qualche secondo e uno scroscio d'acqua comincia a bagnare il pavimento. Il getto si interrompe una sola volta, cosa inevitabile considerata la calvizie del turco. Dopo qualche minuto la porta si apre e Kemal sfila verso il suo zaino. Aspetto un altro minuto per smettere di far finta di provare a dormire, e do il buongiorno al compagno di stanza, che mi risponde con lo stesso calore che gli colora gli occhi.
Io e Kemal ci siamoritrovati a condividere la stanza e qualche giorno di viaggio senza troppo preliminari. Non ci e' mai stato ghiaccio da sciogliere tra noi, una di quelle cose per cui vale davvero la pena viaggiare.
Vado al bagno per risvegliare il corpo con una doccia. Quando esco trovo Kemal a mangiare seduto sul materasso. Tiro fuori da una busta di plastica pane in cassetta e marmellata. Prendo il coltello e lo sterilizzo con l'accendino. Preparo una fetta per me e una da offrire al turco, che indugia nel complimento per qualche istante per poi accettare con il sorriso negli occhi. Kemal mi offre delle noci. Dice che le ha portate dalla Turchia, provengono direttamente dal suo orto.E' un uomo legato alle sue origini, allo stesso modo in cui e' famelico di esplorare l'altro.
Finito di mangiare, si alza e va nuovamente al bagno. Stavolta lascia la porta semiaperta, fatto che mi permette di sentire ancora meglio il rumore di un getto d'acqua dal flusso piu' intenso e raccolto, derivante dal tubo che nel sud-est asiatico usano come surrogato del bidet. Non riesco a capire cosa stia facendo, l'unica cosa che mi viene in mente e' che stia pulendo il pavimento. Qualche minuto e mi sento chiamare. Seguo il suono a ritroso e trovo il turco con un piede appoggiato sul bordo del sanitario, che sta sciacquando la scarpa e l'estremita' del pantalone per i piccoli rimasugli di terra appiccicati. E' ossessionato dalla pulizia dei piedi.
"Andrea, cantami una canzone tipica del tuo paese".
Ci penso qualche secondo, fino a quando non me ne viene in mente una, ma continuo a scandagliare per un'altra decina di secondi fino a quando non mi decido per la prima.
Non ho mai sopportato la retorica che impoverisce normalizzando alcuni aspetti dell'antifascismo italiano, ma con la mente e il corpo cosi' lontani dall'Italia, una canzone come Bella ciao riacquista tutto il fascino e l'importanza che aveva in origine. Comincio a cantare senza alcuna remora, mentre Kemal sorride senza guardarmi, e nel frattempo continua a pulirsi le scarpe. Sono li', con la spalla appoggiata allo stipite della porta, a cantare a dir tanto per la decima volta in vita mia Bella Ciao ad un turco in Thailandia.
Al secondo ritornello mi interrompo.
"Ora sta a te".
Kemal ci pensa un po', ma in realta' e' solo un'impressione, sa gia' benissimo cosa cantera'. E quando la sua voce comincia a dar vita a quel bagno, a conferirgli un'atmosfera come solo la musica puo' fare, qualcosa in me si scioglie, e a stento tratengo le lacrime. L'energia nella melodia e nel suono di parole che non comprendo, contamina la sterilita' dell'ambiente in cui ci troviamo.
Si ferma una prima volta per un tempo sufficiente da far sorgere in me un convinto e genuino dispiacere nel credere che sia gia' finita, per poi riattaccare in modo ancor piu' dirompente, grazie proprio al silenzio instaurato.
Me ne devo andare, perche' in realta' ho mentito. Quel pizzico di ghiaccio che ancora giaceva tra noi, ora si sta sciogliendo e lentamente comincia a colare dai miei occhi, ormai giunti oltre il punto di non ritorno.
molto bello
RispondiEliminaCaro Andrea, eccomi qui, a leggere di te. Ti ho pensato e ho pensato alla nostra esperienza teatrale. Ho mandato un messaggio ad alcuni del nostro gruppo per venire alle prove, martedì prossimo.
RispondiEliminaMi mancate e mi mancano le nostre parentesi (teatrali e non) in mondo a se stante, che nulla unisce alla vita che viviamo tutti i giorni. Le tue parole mi dicono quanto siano profonde queste tue esperienze: non vedo l'ora di sentire dalla tua viva voce quanto le parole non dicono.
Buon viaggio!!! :)
Ciao!