Solo al terzo giorno nelle Cameron Highlands ci decidiamo per un trekking. Il percorso e' abbastanza breve, circa 3 km, con un dislivello di 500 m.
Man mano che avanziamo il declivio aumenta di pendenza di pari passo all'infittirsi della giungla intorno. L'umidita' dovuta alla pioggia inspessisce l'aria rendendola vischiosa e densa come un liquido inespressivo che rende il nostro respiro affannato e docile. Ci fermiamo spesso a riprender fiato, aspettando che l'inevitabile sudore dorsale si asciughi.
Cammino davanti a Palomar di qualche metro, cercando di delegare la potesta' della mia mente al paradiso che mi sovrasta, sono li' con le chiavi in mano, ma serro stretto il pugno, contratto da incontrollabili terminazioni nervose che fanno capoa loro volta a pensieri reazionari nel loro stesso atto di esistere.
La corrente di un rivo rumoreggia una ventina di metri piu' in basso, aprendo per un istante quel laborioso circuito che continua ad operare nel mio cervello, un istante di asettica liberta' che mi restituisce al presente. Mi blocco sul posto. Inspiro lentamente per non distrarre la natura dal suo movimento perfetto, tutta quell'eterogenita' di piante ed alberi che si susseguono, e te li', semplice rotella di un congegno superiore, non intelligibile, una sorta di motore perpetuo aristotelico.
Un rumore sposta la mia attenzione un po' piu' in alto, sembra quasi che i rami si stiano schiantando a terra, rimango attonito di fronte alla scena per qualche secondo, per poi scorgere la prima di una serie di scimmie che si stanno spostando all'interno della foresta.
Il circuito si richiude.
Un pensiero latente che da principio la mia mente decifra appena con la coda dell'occhio, comincia ad invaderle il campo visivo, alla mente si intende, con la stessa inarrestabile progressione di due occhi che si abituano a vedere al buio. Il respiro diviene ancora piu' corto, il pensiero-fobia si sovrappone all'umidita'in un concorso di forze che faccio sempre piu' fatica a contrastare.
In sostanza, da ogni curva sul percorso che si scopre ai miei occhi, immagino di veder scendere lentamente una tigre. Me la immagino che si avvicina lentamente a noi, allo stesso modo in cui noi ci dirigiamo passo dopo passo verso il punto d'incontro.
Anticipo l'immagine per abbattere la fobia che si sta radicando dentro di me, lo stesso meccansimo dei topi nel rifugio, quando poi a volerla veder bene la fobia consiste proprio in questo, proprio nel fatto che instilla in te la convinzione di dover fare altrimenti, escogitando stupidi espedienti per raggirare cio' che si crede essere la fobia in se', ma che in realta' altro non e' se non un ingranaggio dell'intero meccanismo, che non e' possibile poter considerare separatamente da tutto il resto.
Ogni passo in piu' diventa una probabilita' in meno. In cima, non so bene il perche', ma neanche la mia fobia riesce a fantasticare di vedere delle tigri.
Vado a memoria sul comportamento da tenere nel caso in cui si incontri una tigre nella giungla. Immagino la scena, con il condimento ulteriore di quest'ultimo ingrediente. Eccomi li', a pochi passi da un punto cieco del percorso, che vedendo spuntare prima la testa enorme, e poi il resto del corpo del felino, con una tranquillita' prossima ad un'overdose da oppio, mi siedo a gambe incrociate al centro del sentiero in attesa che la tigre in modo innocuo faccia marcia indietro.
La prima reazione che ho al pensiero di me asceta che sfido pacificamente una tigre a chi non desiste prima, e' di fare un giro completo su me stesso alla ricerca del miglior albero in base ai tre parametri fondamentali che caratterizzano gli alberi in quanto vie di fuga: accessibilita', altezza, conmfort. Se non che mi ricordo che Palomar mi aveva gia' messo in guardia sul fatto che le tigri si arrmpicano. non mi resta altro che aumentare il numero di passi per unita' di tempo, per far regredire velocemente a zero la probabilta' che una fobia divenga realta'.
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